Vittorio Bersezio.
...
.
...
Il beniamino della famiglia.
RACCONTO.
...
.
...
1872. Fratelli Treves Editori. MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
...
.
...
PRESENTAZIONE.
...
.
...
Opera briosa di Vittorio Bersezio in cui vengono narrate le vicende del giovane Cesare "figlio di pap" dell'epoca sullo sfondo dei contrasti tra classi sociali della societ di fine Ottocento.
Cesare nasce in una famiglia della piccola borghesia piemontese, trasferitasi a Torino in cerca di stabilit. Il padre Carlo, che da giovane aveva sognato di fare il pittore, si  ormai rassegnato al grigiore di unesistenza qualunque. Ma per i figli e in particolare per Cesare fa in modo di offrire quanto di meglio si possa trovare. E Cesare, venuto su ingenuo, viziato ed abituato ad ottenere quanto in realt non potrebbe neanche permettersi, finisce ben presto vittima della vanit di una sempre pi decadente borghesia torinese, fatta di salotti chic, donne di piacere e, immancabilmente, debiti. Col solito piglio pungente che lo caratterizza, Bersezio compone un romanzo dai risvolti cinici, ma che nonostante tutto lascia ancora un barlume di speranza: di personaggi benevoli e disinteressati, infatti, se ne possono trovare anche in un mondo che sembra impazzito...
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Vittorio Bersezio (Peveragno, 22 marzo 1828, Torino, 30 gennaio 1900)  stato uno scrittore, giornalista e deputato italiano.
La sua opera  percorsa da una vena umoristica e satirica. Assumendo nel 1854 la direzione del Fischietto, uno dei pi importanti periodici satirici d'Italia, riscosse un'ampia notoriet.
Il capolavoro riconosciuto di Bersezio  la commedia piccolo-borghese Le miserie 'd Mons Travet che ebbe a suo tempo gli elogi di Manzoni, mentre il nome del suo protagonista Travet o Travetti venne accolto nel Dizionario di Petrocchi come sinonimo di piccolo burocrate, impiegatuccio ed era ancora ampiamente usato fino agli anni settanta del ventesimo secolo.	
...
.
...
IL BENIAMINO DELLA FAMIGLIA.
...
.
...
Capitolo 1.
...
.
...
Uscite dal villaggio e pigliate a mano destra. Non sentite il rumor del fiume che sussurra la eterna, monotona e pur non dispiacevole lamentazione delle sue onde che scorrono? Quel rumore vi sar di guida. Ecco le rive ombreggiate da salici, ontani ed alti pioppi leggiadramente superbi. Gli  col. Sulla sponda s'innalza la casa alta di pi piani, bianca, colle gelosie verdi alle tante finestre che in righe serrate si schierano nelle sue pareti. L'aspetto medesimo di questa casa, il rumore di telai che sono in moto dalla mattina alla sera, il suono di canti donneschi che accompagnano quel rumore, vi avvertono che l dentro vi  una manifattura; un'insegna appiccata sulla gran porta d'ingresso vi dice, a lettere cubitali bianche su fondo nero, che quella  la fabbrica di tessuti di cotone dei signori Broeck Vannetti e compagnia.
Dall'uno dei lati della casa, come un'appendice, si stende lungo la sponda medesima del fiume un muricciuolo senza arricciatura che chiude un orto il quale arieggia ad essere un giardino. Al di sopra delle lattughe, dei cipollini e delle barbabietole, sfoggiano i loro fiori eleganti la rosa, la peonia, la dalia, e sorge, petulante plebeo, frammischiato a quell'aristocrazia botanica, il volgare girasole.
In mezzo a quei fiori, chi guardasse traverso la cancellata di legno verniciato di color grigio che chiude l'entrata del cancello, vedrebbe parecchie volte del giorno passare ed aggirarsi, lesti e vivaci due cappelli da ragazza di paglia, ornati di nastri color di rosa, e sotto le tese di essi due visini freschi ed allegri, colorati dalla salute ed animati dalla giovent: i volti cari e leggiadri delle damigelle Fulvia e Luigia Debaldi.
Sono cugine, e la prima  nipote, la seconda figliuola del direttore della fabbrica, al quale i proprietarii della medesima, associandolo ai loro guadagni, hanno inoltre concesso per la famiglia un quartieretto a pian terreno, che mette su quella sembianza di giardino, e l'uso di quest'esso.
Il signor Carlo Debaldi  un uomo d'et matura. Da giovane, era stato assalito ancor egli dalla smania di un'ambizione. Voleva essere artista ed aveva egli pure, come tanti altri, fatto il suo sogno pericoloso di gloria; ma le brutte necessit della vita reale erano venute a destarlo, per istrappargli di mano il pennello e cacciargli invece la penna del computista.
Aveva avuto il torto d'innamorarsi, ed aveva avuto la ragione di sposare la fanciulla amata, la quale era una buona e brava ragazza con molto affetto e molta virt, senza uno spicciolo di moneta; gli erano nati tre figliuoli, due maschi e una femmina: un suo fratello, l'unico parente che gli rimanesse, moriva anzi tempo, lasciando una bambina di otto anni a cui far da padre, e di cui amministrar le sostanze, poche ed oberate da molti debiti.
Ma Carlo aveva un carattere d'oro ed una tempra di ferro. Sopra tutto gli era profondamente fitto nell'animo il sentimento del dovere, e Dio lo aveva favorito del coraggio e della forza di volont da poter compire quello che credeva suo debito, a costo di qualunque sacrificio. Diede un eterno addio all'arte, che non bastava a gran pezza ai bisogni dell'ancora accresciuta famiglia; cerc pi proficuo lavoro, e benedisse la Provvidenza, quando, dopo molti e varii casi, pot trovare quel posto di direttore nella fabbrica dei signori Broeck e Vannetti, i quali, conoscendone ed apprezzandone sempre meglio la intelligenza e la moralit, vennero migliorando le condizioni di lui, finch, oltre lo stipendio assegnatogli e l'alloggio, gli concessero, come ho detto, una certa parte negli utili.
Cos il signor Debaldi aveva potuto bastare all'educazione della sua figliuolanza ed a quella della nipotina, verso la quale egli governavasi in modo che, giunta alla maggior et, ella avrebbe trovato il troppo modesto patrimonio lasciatole dal padre non solo libero d'ogni gravame, ma dalla sapiente amministrazione e dall'economia e dal rammontarsi degli interessi alquanto accresciuto.
Poich il cielo l'aveva fatto padre, pensiero incessante e fra i primi nel signor Carlo era stato quello di lasciar, morendo, una modesta sostanza altres a ciascuno de' suoi figli, la quale col lavoro potesse crear loro una indipendente agiatezza; ma i suoi guadagni pur troppo non divennero mai tali che egli potesse mettere molti risparmi in disparte, mentre pure non voleva tralasciare nessuna spesa che fosse necessaria alla buona educazione dei suoi figli.
Di questi, i due maschi aveva egli allogato in uno dei primi collegi della provincia, ed alle ragazze aveva fornito tutti quei mezzi d'istruzione che non disdicessero allo stato loro, e che insieme le rendessero capaci in ogni peggior caso di bastare poi a s stesse guadagnandosi col lavoro il proprio sostentamento: la qual cosa, secondo quell'uomo prudente, era da ritenersi come base d'ogni veramente acconcia educazione. Sperava egli potere di poi avere maggiori i guadagni e minori le spese e quindi pi considerevoli di gran lunga i risparmi, quando, cresciuti i figliuoli, essi pure concorressero ad accrescere i proventi famigliari, ed egli medesimo, per lo sviluppo e la prosperit maggiori dell'impresa industriale cui dirigeva, avrebbe pi larga parte dei benefizi.
La sorte aveva tradito le sue speranze. La crisi del cotone era venuta ad arrestare i progressi della fabbrica, allora quando la prendeva appunto uno slancio produttivo abbastanza importante. Si era trattato niente meno che di chiudere la manifattura: ed era soltanto merc sacrifizi sostenuti eroicamente dai proprietarii che si continuava a tenere occupati gli operai. Di utili da spartire non c'era dunque da parecchi anni nemmanco da discorrere. I figliuoli poi non corrispondevano ancora alle previsioni del buon genitore.
Erano ambidue uomini oramai. Il primo aveva venticinque anni, il secondo presso ai venti; quello si chiamava Emanuele, questo Cesare. Difficilmente si sarebbe potuto trovare due nature pi dissimili e pure due cuori che pi si amassero. Emanuele era la bont e la semplicit personificata. Aveva un grosso buon senso e una inalterabile benevolenza che gli teneano luogo d'ingegno; era modesto ed umile di sembianze, di voglie, di pensieri; non gli era mai venuto in capo di credersi qualche cosa; amava il lavoro, e il suo zelo, inquieto sempre e diffidente de' suoi mezzi, gli faceva compensare colla diligenza e coll'attivit quell'acume intellettivo di cui aveva difetto. Tale egli era stato da bambino, tale da adolescente, e cos continuava ad essere da uomo. Tutti intorno a lui, ed egli pi di tutti, commettevano una grande ingiustizia d'apprezzamento a suo riguardo. Lo si stimava per un buon da nulla; egli si credeva un peso dato da Dio alla sua famiglia; si sarebbe fatta a correggiuole la pelle per rendersi utile a qualche cosa. Il padre aveva dovuto rinunziare ad ogni idea di carriera brillante pel povero Emanuele stante l'insufficienza di lui; quindi aveva deciso un giorno di metterlo semplice operaio nella fabbrica. Il lavoro del buon giovinotto, che s'era invano rotta la testa sul greco e sul latino, non era certo fatto meglio di quello degli altri operai, ma egli ne faceva una quantit doppia senza stancarsi. Il padre, avendo dovuto per alcun disagio di salute star lontano dai laboratorii qualche giorno, aveva affidato ad Emanuele la sorveglianza della manifattura, con istruzioni le pi particolareggiate e precise. Il figliuolo si piant cos bene in capo le parole di suo padre e le esegu appuntino, fece cos esattamente quanto vedeva fare di solito da suo padre, che fu come se questi non avesse smesso l'opera sua. Poco tempo pass che, senza pur badarci nessuno, Emanuele era nella manifattura l'alter ego del direttore.
Anche in famiglia, a poco a poco, senza che alcuno avesse saputo dire come ci fosse avvenuto e mostrasse pur d'accorgersene, in conseguenza del suo prestarsi spontaneo a tutti i servigi, della sua buona volont di fare, e massime le cose pi faticose, di accollarsi tacitamente i lavori che sarebbero spettati altrui; anche in famiglia, dico, Emanuele era diventato il faccendiere universale, o, per dir meglio, il servo di tutti.
Certo, chiunque l'avesse visto abbigliato da operaio o poco pi, col suo aspetto volgare e bonario, le sue maniere fra timide e rozze, occupato alle pi umili bisogne per casa, nella fabbrica, nell'orto, dappertutto, sempre ingiro, sempre operoso, sempre indefesso, l'avrebbe preso per un servitore, ma pel pi zelante dei servitori.
Non v'era che una persona, la quale paresse apprezzare la natura e il modesto valore di Emanuele; ed era madamigella Fulvia, la cugina. Ella sapeva dire certe parole, volgere certi sguardi, pronunziare certi ringraziamenti al povero Emanuele, che tutto lo riempivano d'una nuova beatitudine. Epper che calda riconoscenza aveva egli per quella ragazza! Una riconoscenza che era una devozione senza limiti, coll'ardenza dell'amore e colla sommissione della servit. Fulvia bella, buona, gentile, gli pareva un essere superiore, e l'adorava con un culto idolatra e segreto, come una anima eletta adora la personificazione della grazia e della virt.
Che quello fosse amore ch'egli sentisse per la cugina, non lo aveva pensato ancora mai. Se il sospetto glie ne fosse nato nell'animo, si sarebbe rimproverato come d'una temerit sfacciata. Viveva beato di servirla, di obbedirla, di vederla, e non cercava altro. Per procurarle l'occasione d'un sorriso, avrebbe affrontato mille morti.
Ho detto che assai dissimile da Emanuele era il fratello Cesare. Questi era il pi bel giovane che si potesse vedere. Possedeva quella malia speciale che i francesi chiamano charme, la quale senza ben sapere in che consista, vi fa aggradevole, al bel primo vederla, una persona. La sua bellezza giovanile aveva qualche cosa d'ideale che la illuminava; intorno alla sua fronte c'era come un'aureola; negli sguardi e nel sorriso certi lampi d'intelligenza non comune, che parevano la rivelazione di qualche superiorit della sua natura. Quando passava, gli uomini medesimi si voltavano a guardarlo, le donne gli sorridevano. Un accorto ed esperto osservatore avrebbe pur tuttavia potuto notare che questi doni invidiabili erano pi un'apparenza che una soda sostanza; che allo sbarbaglio non corrispondeva esattamente il peso e il titolo del metallo ond'era plasmata la bella statua, che sotto s speciose sembianze si nascondeva un essere che di poco si scostava dalla mediocrit. Ma queste osservazioni, che un freddo ed imparziale esaminatore avrebbe potuto fare, non le poteva la famiglia di Cesare, la quale, fin da quando egli era bambino, affascinata dalle dette di lui qualit, s'era avvezza a riguardarlo come un vero prodigio.
La pi infatuata dei meriti di Cesare era naturalmente la madre. Per lei il prodigio era indiscutibile; ma il padre eziandio era pieno di gioja e di orgoglio pei talenti del suo secondogenito, e in essi aveva egli posto la maggior fiducia e le pi lusinghiere speranze. Cesare, erasi detto il buon padre, essere destinato a rialzare nel pi prospero modo le sorti della famiglia, acquistare fortuna, autorit nel mondo, ed anco la gloria. Il positivismo del signor Carlo si lasci vincere dalla seduzione di siffatti sogni. Volle suo figlio un grand'uomo ed un gran ricco. Fu il primo torto di quel padre che pur era assennato. Non, ci  alcun bisogno per la felicit dei proprii figli e pel bene della famiglia che, i nostri nati diventino potenti e primi nel mondo. Anzi gli  additare di vantaggio una persona ai colpi della sciagura il farla levar su dal livello comune: e la gloria, come ogni grandezza, si sconta con prezzo di tormenti, di affanni e di lagrime. Non tutti  possibile si innalzino sopra del volgare, e quando del proprio figliuolo hanno fatto un onest'uomo, i genitori hanno adempiuto all'obbligo loro e devono rimaner paghi. Secondo torto, e maggiore, di Carlo Debaldi, fu quello di lasciar vedere, anzi di far capire al figliuolo che egli lo credeva destinato alle pi splendide fortune, che tutto il migliore della famiglia si concentrava in lui, e che in lui si fondava la grandezza del comune avvenire.
Col padre concorrevano la madre prima di tutti, e la sorella e il fratello e i conoscenti e famigliari di casa. Cesare era, come si suol dire, il beniamino, e tutti lo adulavano senza saperlo. Il povero Emanuele era il pi entusiasta nell'esaltare la superiorit del fratello; il suo affetto per lui vivacissimo e profondo pigliava certi aspetti di soggezione riverente; guai chi avesse osato porre in dubbio sol una delle perfezioni ch'egli vedeva in Cesare!
Un giovane allevato di questa guisa, c' da scommettere cento contro uno che ne riesce col carattere guasto, chi non sia proprio un miracolo. Cesare si era facilmente persuaso della sua supremazia, si era lasciato senza contrasto convincere che tutte quelle preferenze gli erano dovute, che il contar primo e esser meglio favorito d'ogni altro, sarebbe stato, doveva essere dappertutto il fatto suo. Non ci fu neppure il collegio che valesse a temprargli siffatta idea; il collegio, che per quasi tutti  pure una eccellente scuola della vita. La malia speciale, che ho detto possedere la sua persona, aveva messo Cesare nelle maggiori grazie dei maestri e dei direttori. Una certa prontezza d'ingegno e una facilit di percezione di cui non difettava, congiunte colla fiducia che gi aveva di s stesso, lo facevano facilmente primo nelle gare degli studi superficiali delle scuole; e i suoi trionfi, magnificati dai maestri e dalla famiglia, prendevano le proporzioni di successi straordinarii, promettitori di una riuscita pi che maravigliosa. Ahim! Quanti di questi germi di genii da collegio non si sono visti miseramente abortire di poi in mediocrit impotenti!
Tutto codesto ebbe l'effetto che era immancabile. Cesare divenne un perfetto egoista; un egoista elegante, grazioso, piacevole, di buona fede; un egoista senza saperlo, e tanto pi incorreggibile, in quanto che il suo egoismo gli pareva l'esplicazione di un suo diritto, il complemento delle brillanti qualit che l'adornavano.
Chi  che nel sentire i primi impeti dell'ardore giovanile, affacciandosi alla vita, non abbia creduto in buona fede, di possedere la potenza di dominare la terra e di dar leggi alla sorte? Chi non ha sentito, non fosse che un momento, la sua personalit piena d'un rilievo che deve andare innanzi a tutto ed a tutti?
Cesare, oltre che dalla sua indole particolare, era spinto dalle sue circostanze a quest'eccesso di orgoglio, a cui in parte, sino allora davano ragione gli effetti. Non gli avevano fatto capire, non gli avevano detto chiaramente tante volte che egli aveva da essere un grand'uomo? Credeva bastasse a lui presentarsi per essere proclamato tale e per ottenere l'ammirazione e i vantaggi che a tale s'appartengono.
...
.
...
Capitolo 2.
...
.
...
Ma se Cesare poteva lusingarsi, nella sua vanit giovanile, che la propria grandezza avesse da risplendere agli occhi del mondo come la luce del sole, a cui basta sorgere sull'orizzonte in una giornata serena, per illuminare la terra, il padre del giovinetto cercava il modo migliore in cui avesse da manifestarsi pi vasta e pi proficuamente. Avendo avuto da lottare, come gi fu detto, colle tremende necessit della vita, e non ancora del tutto al riparo da ogni pericolo di quei dissesti economici che gettano nella miseria, Carlo Debaldi vedeva lo scopo dell'attivit e i pi felici effetti dell'ingegno e del lavoro nell'ottenimento di quella ricchezza, l'aspirazione alla quale possiede e domina con sempre crescente bramosia le generazioni che si succedono in questo secolo combattuto, il possedimento della quale era la sicurezza dell'avvenire, era il godimento d'ogni vantaggio sociale per tutta la famiglia.
Gli studi del collegio erano finiti pei due fratelli. Emanuele era entrato operaio nella fabbrica; per Cesare di molti e grandiosi progetti furono ventilati con infinite parole fra padre e madre. Quest'ultima inclinava a vedere suo figlio insignito di una laurea universitaria e riverito nel capoluogo della loro provincia col titolo pomposo di avvocato. Aveva udito che la toga del dottore in legge faceva abile chi la vestisse a qualunque ufficio! I deputati sapeva essere pescati in quella schiera corazzata di cavilli, e i portafogli essere conquistati a colpi di loquela in una lotta di ciarlatori. Ma il buon senso e la pratica maggiore del marito disdegnavano l'inutile opera della carriera universitaria, per avviare il figliuolo su di una strada di meglio pronti e di facilmente maggiori guadagni.
Il padre ebbe a s Cesare, e gli disse:
 tempo che si pensi a fare di te un uomo di vaglia. Innanzi a' tuoi passi si aprono parecchie strade nel mondo, che tu hai certo la forza e l'abilit di percorrere luminosamente; ma bisogna scegliere e sceglier bene. Hai tu pensato a codesto? Ti sei tu creato gi un disegno pel tuo avvenire? Hai tu sentito qualche preferenza? Se cos fosse, parla senza riguardo, e io sarei lietissimo di assecondare la tua inclinazione, la quale non dubito punto che sia la pi conveniente.
Il giovinetto stette un poco a pensarci, poi disse che non aveva predilezione di sorta, e che avrebbe fatto volentieri ci che suo padre sarebbe per dirgli. Il fatto era che l'idea di aver da lavorare non gli era ancora venuta in mente, e che la vita a cui si affacciava nello sbocciare della sua giovinezza, non gli si era tuttavia presentata dal lato severo dei doveri e delle prove, ma da quello ardente soltanto degli agognati piaceri e trionfi che si persuadeva lo aspettassero.
Il signor Debaldi riprese:
Meglio cos. Il nostro secolo  positivo e vi tengono il campo l'interesse ed il calcolo, Chi governa il mondo  l'arte di creare, radunare, ampliare le ricchezze, e ci che fa la grandezza privata si  il possederle. L'economia politica regna sovrana su tutto e i traffichi bancarii son quelli che innalzano il piedestallo alle potenti individualit moderne. Tu partirai per Torino, dove il banchiere Sgritti consente ad accoglierti nel suo studio merc le raccomandazioni dei miei principali. Il commesso principale del sig. Sgritti, giovane accortissimo nella professione, ha promesso al sig. Broeck, il quale gli parl di te in termini molto lusinghieri, che egli stesso ti avrebbe guidato coi suoi consigli, dei quali non potresti averne i migliori, sia per la pratica che per la intelligenza degli affari. Esso infatti,  quegli che fa camminare tutti i difficili e complicati affari di quella Banca dove si maneggiano i milioni.
Delle parole del padre, Cesare ritenne una cosa sola: che sarebbesi recato in una gran citt, dove credeva per lui preparata una esistenza di delizie e di gloria. Si affrett ad acconsentire.
La madre, la sorella e la cugina del giovinetto si posero intorno a preparargli il fardelletto. Lavorando a questa bisogna, la buona madre lasciava talvolta cadere alcune lagrime. Questa separazione non era tale che dovesse per nulla mettere in isgomento il suo animo; doveva gi ella essersi abituata a non aver seco il figliuolo per la dimora di lui in collegio; eppure la povera madre piangeva. Ma qual' quella madre che possa pensare soltanto alla partenza di suo figlio senza sentirsi, spinte dal cuore, agli occhi le lagrime? E piangeva altres, ma pi di soppiatto, la cuginetta Fulvia.
Gi fin da quando Cesare era tuttavia un ragazzo, la sua dimora nella casa paterna, al tempo delle vacanze, era la cagione d'una maggior allegria e festivit ch'egli pareva spandere intorno a s colla sola sua presenza. La casa del signor Debaldi era abitualmente quieta, severa, e, per una giovinetta, troppo agevolmente vi si lasciava il passo alla noia.
Fulvia, che di alcuni anni avanzava la cugina, era oramai giunta a quella epoca in cui tanti misteriosi turbamenti, e s incognite aspirazioni, e s dolci melanconie assalgono l'anima d'una giovinetta. Non aveva letto pure un libro in cui vi fosse la meravigliosa parola: amore; ma glie ne parlavano i fiori della primavera, il misterioso silenzio delle notti estive, il sussurro delle frondi, il chiaror della luna e il tremolar delle stelle, il canto dell'usignuolo e tutto il creato. Aveva immenso il bisogno di dare uno sfogo a quell'inesplicato tumulto d'affetti; e non sapeva quale, e non sapeva come e con chi. Parlarne con Luigia? Ma questa era bambina ancora appetto a lei, e quando volle fargliene appena un cenno, non ne fu punto compresa. I soliti giuochi che prima bastavano a lei, come alla cugina, a Fulvia erano venuti in fastidio. Le giornate ella trovava eterne, uggioso il lavoro, penoso il doversi rimaner l immobile sotto l'occhio della zia, forzando la mente a star fissa in occupazioni che le tornavano ingrate: la mente che cercava scappar via per ogni rotto, a vagare in uno spazio indefinito di inesprimibili fantasticaggini.
Quando Cesare, uscito dal collegio, venne a casa, ogni cosa parve cambiare intorno alla ragazza. La briosa vivacit di Cesare avreste detto gettare su tutto e su tutti un'animazione festosa mai pi vista. La famiglia stava pi radunata lungo il giorno, come se l'attrazione esercitata da quel prediletto procurasse una maggior forza di coesione fra i membri di essa. I pasti, che prima passavano silenziosi, erano ora animati dal continuo ed allegro chiaccherio del giovinotto. Era tutta un'altra vita, e una piacevolezza mai pi vista.
Della sorella e della cugina poi, Cesare s'era fatto il compagno indivisibile. Emanuele passava tutto il giorno a lavorar nella fabbrica insieme col padre; il fratello minore scortava le ragazze in lunghe passeggiate per la campagna. Con Fulvia poi aveva Cesare delle interessanti conversazioni, in cui parlavano di tante cose; tutte le quali, bench indifferentissime, avevano per loro un segreto, dolcissimo significato, che ambedue comprendevano a meraviglia, senza dirselo, senza saperlo.
Cesare non aveva pi una tanta innocente ignoranza quale era quella della fanciulla. Anche in collegio si parla d'amore e vi si sognano romanzeschi incidenti. Qualche romanzo era pervenuto nelle mani di Cesare, ed egli ci aveva attinto una istruzione precoce e la smania di essere l'eroe d'un'avventura simile a quelle che aveva letto. Al suo egoismo appar che la cugina, leggiadra e gentile pi che ogni descrizione d'eroina da romanzo, fosse stata posta per ci sul suo cammino. Le diede a leggere alcuno di quei libri. Per Fulvia quella lettura fu una rivelazione. Era suo destino, era suo obbligo amare supremamente; e degno di tutto l'amor suo, il pi degno che fosse al mondo, era Cesare.
Chi fu primo fra loro due a pronunziare la fatale parola? Non sapevano neppur essi; forse non era pur venuta dall'uno prima che dall'altra, ma era scoppiata simultanea, per impeto irrefrenabile, sulle labbra di ambedue. Fulvia am realmente, profondamente, come ama una valorosa anima di donna qual essa era; Cesare credette amare; ma egli non aveva allora che venti anni, e lo possedeva gi un gran nemico degli affetti sodi, duraturi, la vanit.
Per non fu avaro di parole infuocate, di proteste e di giuramenti alla innamorata giovinetta, e fra loro avevano solennemente impegnata per tutto l'avvenire la reciproca fede.
Ed ecco perch, lavorando al fardello di Cesare che doveva partire per restar lontano dalla casa paterna, chi sa quanto tempo, Fulvia non poteva trattenersi dallo spargere nascostamente qualche lagrima.
Il giorno della partenza giunse finalmente. Tutti erano addolorati nel vedere spiccarsi da loro il diletto giovane: Fulvia n'era addoloratissima. Cesare, da parte sua, al pensiero di abbandonare la famiglia per gettarsi da s nel rimescolio del mondo provava pure qualche turbamento ed inquietudine: ma l'orgogliosa fiducia nei suoi mezzi, la fatuit del suo carattere, le delizie della vita in una gran citt, le quali ingrandite dalla fantasia egli sognava avrebbero a gara abbellita la sua esistenza, tutto codesto non solo giungeva a scemargli il cordoglio della dipartita, ma a suscitargliene quasi una gioia cui avrebbe voluto, ma non era capace di nascondere affatto. Fulvia travide un istante nell'anima di lui.
Ah! tu ci oblierai: gli diss'ella in un momento in cui erano soli.
Mai pi, esclam il giovine con calore. Te l'ho giurato, Fulvia, lo sai, non amer che te al mondo. Se acquister un nome, se la ricchezza, ne sar lieto per venirti ad offrire ogni cosa.
La ragazza come avrebbe fatto ogni altra nei panni suoi credette.
Era gi alla porta la carrozza in cui Cesare doveva partire. Carlo accompagnava sino a Torino il figliuolo per raccomandarlo ancora ai suoi principali, per vederlo allogato in quello studio di banchiere in cui il signor Broeck gli aveva trovato un posticino. La madre si stemperava in lagrime, Luigia imitava l'esempio materno, Emanuele aveva gli occhi grossi e mandava dei sospironi pieni di desolazione. Fulvia taceva e pareva la meno afflitta, ma poverina! se le aveste veduto in cuore! All'ultimo istante poi la commozione vinse ogni freno. Scoppi ancor essa in dirotto pianto abbandonandosi sul petto di Cesare, e a bassa voce gli sussurr all'orecchio:
Ricordati!
Il giovine non le rispose che stringendola al suo seno, poi salt nella carrozza, in cui era gi salito il padre; il cocchiere diede una voce al cavallo, fece chioccar la frusta; e via. Si vide ancora la mano di Cesare che rispondeva agli ultimi cenni di saluto fattigli dalle donne, poi ad uno svolto le carrozza spar e rimasero soli col loro cordoglio la madre, Luigia, Fulvia ed Emanuele.
...
.
...
Capitolo 3.
...
.
...
In ogni partenza c' qualche cosa di melanconico che ci sovraccoglie. Chi pu dare un addio ad un suo caro senza avere inumiditi gli occhi? A quel punto vi pare che amate di meglio quella persona che si divide da voi. Gli  che in tali momenti si sente pi forte la paura che ci  connaturata dell'incertezza della nostra sorte. Separati anche per poco tempo da un essere diletto, siete voi sicuri di rivederlo ancora? Ad ogni giorno che ci si affaccia, gli  un enigma d'Edipo che ci assale colla sanzione tremenda d'una sciagura, chi non sappia scioglierlo a dovere.
Chi abbandona la sua casa, si reca in nuovi paesi, in mezzo a nuova societ, costui affronta un terribile ignoto, innanzi al quale dovrebbe tremare. Quando si  giovani, l'audacia dell'et d invece a questa incognita dell'avvenire una specie di malia piena di vaghe ma lusinghiere speranze. Che frettoloso ardore si ha di penetrare in quella nube del futuro che ci copre le vicende della vita! L c' la minaccia e il pericolo: ma chi vi bada? L e il successo altres, piene le mani di favori e di gioie.
A codesto o a qualche cosa di simile pensava Cesare lungo il viaggio. Egli non parl guari; il padre parl anche meno, preoccupato qual era dall'idea della dubbia sorte a cui stava per affidare il suo figliuolo prediletto.
Il giorno medesimo in cui arrivarono a Torino, Carlo Debaldi che non voleva ci fosse tempo perso, conduceva il figliuolo e presentavalo ai proprietarii dell'opificio, i signori Broeck e Vannetti, che avevano trovato il posto per Cesare nella banca del signor Sgritti.
In una delle strade principali tenevano essi aperto un gran magazzino dei loro tessuti di cotone, cui vendevano all'ingrosso ed al minuto, e fu col che si recarono per trovarneli, il padre e il figlio Debaldi.
I due soci erano due contrapposti perfetti di fisico e di morale. Il signor Broeck, nativo della Svizzera tedesca, era un uomo corto, largo, tozzo, grasso, grosso, con un collo da toro, una faccia pavonazza come una susina matura, due occhietti vivaci, le labbra tumide, il naso bernoccoluto, la pelle sempre lucida di sudore, le mani e i piedi da gigante, la voce forte e la parlantina instancabile. Parlava una specie di piemontese con desinenze francesi ed accento alemanno. Era l'operosit personificata: un'operosit irrequieta, ma un po' taccoliera che si compiaceva a tormentare lui medesimo ed altrui, ed aveva bisogno di sbizzarrirsi con qualcheduno o con qualche cosa; in fondo la miglior persona del mondo. Quando aveva strapazzato Tizio o Sempronio sotto il primo pretesto che gli capitasse, trovava subito qualche buona parola ed anche qualche piccolo favore da toglierne l'amaro di bocca. Diceva che ogni commerciante deve avere un culto inviolabile ad una trinit speciale: il lavoro, l'onest e il guadagno. Egli queste tre cose amava come le pi sublimi della terra. Non bisognava parlargli d'arte, n di poesia, n di simili cose. Riducendo tutto alla ragion dell'abbaco egli dimandava di quanto quella cianciafruscole accrescessero i capitali d'una nazione, e poich al suo conto rispondeva uno zero, egli conchiudeva che le erano cose inutili o peggio, quindi da disprezzarsi da uomo di buon senso. Le sue mani e il suo spirito stavano mal volentieri in ozio, come la sua lingua in silenzio. Era scapolo e solo; beneficava molto e molti senza lasciarlo scorgere, senza vantarsi mai; i denari che guadagnava non voleva che rimanessero oziosi, diceva egli, e li faceva fruttare impiegandoli qua e col, anche col rischio di perderli. Vestiva senza cura alcuna, appena se pulito; di servit non aveva che una vecchia per fante ch'egli aveva l'aria di strapazzar sempre, e che lo comandava.
Un giorno gli operai della fabbrica si erano ammutinati pretendendo maggiori le paghe, e l'autorit del signor Debaldi non era bastata a farli rientrare nell'ordine e rimetterli al lavoro. Broeck parte ed arriva come una bomba in mezzo ai rivoltosi; una bomba che scoppi in invettive con quel gergo piemontese franco-tedesco che era proprio del brav'uomo.
Accrescervi le paghe, poltroni, figliuoli di poltroni, buoni da nulla che siete! Piuttosto, guardate, do fuoco alla fabbrica io stesso con queste mani, coi fiammiferi che ho in tasca, e mi rimetto a fare il merciaiuolo ambulante, come ho incominciato. Siete pagati fin troppo pel lavoro che fate. Voi non lo amate il lavoro, scimmiotti d'operai che siete e null'altro. Non sapete manco che cosa sia lavorare per bene. Che cosa  che distingue l'uomo dal bruto, eh? Non ne sapete un'acca voi, ignorantoni senza mezz'oncia di cervello. L'uomo lavora pel sentimento del suo dovere, il ciuco per le legnate che gli si regalano sulla schiena. Tra voi che non avete in mira che di papparvi la paga e il somaro che non pensa che a schivare le botte, preferisco l'asino. Oh! ve lo dico chiaro. C' qualcheduno che abbia a ridirci? Avanti. Giacomo Stefano Broeck non teme n muso, n parole di chicchessia. Io ho lavorato, io lavoro, corpo di cento mila balle!... Ah voi siete capaci di dirvi, citrulli che siete: quel babbione d'un Broeck ingrassa come un canonico, e noi sudiamo per esso. Canonico un corno! Io ho lavorato quanto voi non saprete mai fare. Ho lavorato colle gambe, colla schiena, colle braccia, colla testa, con tutto, e lavoro ancora. Ho cominciato da povero pi di quel che possa esser povero il pi miserello di voi, ed ora vi do il pane a tutti, fannulloni senza costrutto. E non ho mai cercato di avvantaggiare le mie condizioni, vociando in tumulto come anitre in bizza: Mi si accresca la paga; ma levandomi bravamente su, uno scalino dopo l'altro... Voi non meritate nemmanco il nome d'operai. Siete indegni di toccare quei telai e quelle macchine, e fate bene a non voler pi aver che fare con essi... Voi aspettavate forse che io venissi a pregarvi: Da bravi! tornate a fare il vostro dovere perch le vostre famiglie abbiano ancora del pane da non crepare. Niente affatto! Fuori di qua tutti. Lasciate questi laboratoi e questi attrezzi. Siete fatti per andare domandar l'elemosina sulle strade come tutti i tristi arnesi. Mi rovinerete? Bel guadagno che ve ne verr a voi! Io sar sempre Giacomo Stefano Broeck, e voi sarete sempre dei tambelloni finch morrete di miseria, come vi predico e vi auguro, ed avverr di sicuro. Ecco!... Ed ora fuori, fuori, fuori!
Gli operai avevano torto. La strana eloquenza del principale e l'impeto della sua parola fecero un vivissimo effetto sull'animo loro; finirono per supplicare Broeck li perdonasse e li riammettesse nell'opificio.
 cos che bisogna menare questa brava gente: disse lo svizzero a Debaldi che rimaneva tutto meravigliato dell'ottenuto effetto.
Sopraggiunta la crisi del cotone, gli era Vannetti che voleva congedare gli operai e chiudere la fabbrica.
Sei matto; gli disse Broeck. Quei poveri diavoli hanno da mettersi a far gli assassini? Quando le sorti hanno camminato prospere, ci aiutarono a guadagnar buoni denari:  nostro dovere ora non abbandonarli sul lastrico, ancorch ci debbano costare penosi sacrifici. Non dico che ci mi voglia far piacere, no, ma quando parla la voce del dovere, alto l, Broeck non chiude le orecchie.
Vannetti, come ho gi detto, era tutto al rovescio. Lungo, magro, allampanato; parlava poco, non si moveva mai, rifletteva molto, agiva di rado. Era svizzero ancor egli, nato nel Cantone Ticino. Aveva nel suo silenzio e nel suo asciutto contegno una gravit che imponeva. Era dotato di quella certa prudenza e fortuna che si pu dire indovinamento. Negli affari suggeriva i migliori consigli del mondo all'operosit di Broeck. La loro associazione completava l'un l'altro; e fra tutti e due formavano uno speculatore poco meno che perfetto.
Il ticinese non rimproverava mai nessuno, non compariva quasi mai, si ecclissava studiosamente dietro Broeck, pareva il pi insignificante uomo del mondo; eppure era amato meno e temuto di pi del socio petulante e fragoroso. Gli  vero che nessuno poteva dir mai che il signor Vannetti avesse fatto un po' di bene a qualcheduno.
Gli  da costoro che Debaldi, giunto a Torino, per prima cosa, condusse suo figlio.
Giacomo Stefano Broeck trottava chiaccherando pel magazzino colle sue gambe corte, che sostenevano un ventre prominente con petulanza. L'avreste detto una grossa boccia che si rotolava con rumore di ciarle. Gaspare Vannetti stava silenziosamente seduto ad una scrivania, riparata dietro un paravento fisso di legno, alto da arrivare al mento d'un uomo di mediocre statura.
All'entrare dei Debaldi padre e figlio, Broeck corse loro incontro.
Ah! eccoli qua finalmente: esclam egli.
Vi aspettavo stamattina prima di mezzogiorno. Lo sapete il mio proverbio? Quello che si pu fare oggi, non si aspetti a farlo domani: e quello che nella mattina non si aspetti al pomeriggio... Avete capito ragazzo? Di codeste massime bisogna che ve ne stampiate una buona raccolta nella memoria e che le veniate ripetendo tra voi e voi. Sono le giaculatorie dell'uomo d'affari E sopratutto bisogna metterle in pratica.
Vannetti, all'udire entrare qualcheduno e alle prime parole del suo socio, si era levato in piedi ed aveva guardato dal di sopra del paravento chi fosse venuto, e poi s'era tornato a sedere tranquillamente a continuare l'esame che stava facendo di certi conti.
Broeck, come quasi a tutti avveniva, rest gradevolmente impressionato della simpatica figura di Cesare.
Cospetto! Questo ragazzo  cresciuto come una pianta di canape. Mi sembra ieri soltanto che l'ho visto un marmocchino da menar colle dande. E' s' fatto un bel fusto. Ci non guasta nulla. Ne faremo un uomo. Hai tu voglia di diventare un uomo ammodo eh? Bisogna lavorare. Giovane qual sei, hai dinanzi a te chi sa che prospero avvenire, se tu sai guadagnartelo. Tu entri in una banca in cui gli affari piovono come pioveva agli ebrei la manna nel deserto; puoi imparare il fatto tuo, presto e bene se allarghi gli orecchi e il comprendonio. Bada al primo commesso: il signor Padule  un accorto che sa quanti piedi ha il montone; il principale  una testa busa. Basta se hai un po' di quello l vedrai. Mio caro, tu incominci con gli auspici un po' pi favorevoli di quelli con cui ho incominciato io. Quale mi vedi, sono partito di casa con tre lire in tasca, un paio di scarpe ne' piedi ed un bastone in mano. Era tutto il mio capitale. La vita, giovinetto, non  un divertimento, ma un travaglio, te lo dico io. Bisogna tirare il diavolo per la coda; e chi tira pi forte qualche cosa gli resta in mano. Hai capito?... Gaspare, Gaspare, vieni fuora dalla tua scatola a vedere il nostro Debaldi con suo figlio.
Vannetti usc del suo scrittoio, mettendosi la penna dietro l'orecchia destra. Port nel crocchio dei tre il suo freddo aspetto, un freddo saluto ed un'atmosfera di freddo che pareva circondarlo.
Bisogna lavorare, non  vero Gaspare? ripigliava, Broeck. Voi Debaldi lo sapete. L'avrete inculcato, spero, a vostro figlio, insieme col pater. Chi non lavora, ruba la societ, il suo paese e la Provvidenza. La ragione di vivere, ciascheduno l'ha in una certa somma di lavoro che deve compire. Non compitela e siete un truffatore che fate bancarotta dolosa al dovere. Non  cos, Gaspare?
Vannetti inchin la sua lunga persona in un tacito acconsentimento.
Dunque a noi: continuava il ciarliero. Chi ha tempo non aspetti tempo. Vi conduco senza indugio alla banca Sgritti, e tu, giovinotto, ci puoi mettere subito i gomiti sul panno verde d'una scrivania. Sei aspettato. Io ho promesso in tuo nome, ricordatene, come fa un padrino nel battesimo. Ho promesso zelo, operosit e intelligenza. Non farmi mentire, o guai a te! Sappi che la parola di Broeck, Vannetti e compagnia  una cambiale pagabile a vista, che non fu mai e che non ha da esser mai protestata. Se tu la sgarri, cospetto! ti sono io addosso, e scrivo a tuo padre come si conviene.
Si volse a Carlo:
State certo che vi far saper io la verit e tutta la verit: e quando vi dir una cosa, potete ritenerla per sicura, come se l'aveste vista coi vostri occhi e toccata colle vostre mani.
Interpell un garzone che passava.
Ehi tu, piglia il mio cappello che  di l, nello studiolo; e portamelo qui subito. Ma non far la marmotta, com' il tuo solito.
In un attimo il giovane, fu di ritorno col cappello. Broeck lo prese e lo lisci colla manica del vestito: poi se lo piant in capo.
Andiamo!
Usc egli primo e s'avvi di passo affrettato, secondo suo costume. Sudava e s'asciugava il sudore, parlava e il respiro affannoso per la marcia affrettata non gli faceva mettere pure una pausa fra le sue parole: Giunsero cos alla banca Sgritti. Era al piano terreno. Sopra una delle imposte dell'uscio stava appiccata una lastra di metallo, lucido come oro, in cui era inciso il nome del banchiere. Aperta la porta e l'usciale che c'era di dietro, s'entrava in una specie di corridoio nel quale si aprivano alla sinistra alte finestre difese tutte da una inferriata a grosse sbarre e da una graticola di fil di ferro; alla destra varie porte su tre delle quali v'era una scritta. La prima diceva Cassa, la seconda Uffizi, l'ultima Gabinetto. Di dietro al primo di questi usci suonava un tintinnio di monete maneggiate, come se vi scorresse un fiume di napoleoni d'oro con cascatelle.
Fu verso la porta degli uffizi che Broeck cammin risoluto col suo passo sollecito. L'apr, sollev una portiera che scendeva dall'intelaiatura dell'uscio ed entr primo. Carlo mand, innanzi suo figlio e richiuse dietro di s la porta.
Si era nel primo di due stanzoni che si seguitavano, nei quali due commessi per ciascuno facevano scricchiolare la penna sulla carta seduti ad appositi scrittoi, riparati come quello di Vannetti nel magazzino dei tessuti di cotone. Al rumore delle penne faceva accompagnamento il suono del denaro maneggiato che si udiva traverso: una porta, la quale dagli uffizi metteva nella cassa.
La tappezzeria di quelle stanze era di color grigio; i pendagli delle finestre, le portiere degli usci erano di stoffa grigia, le imposte, le scansie, i paraventi, gli scrittoi, lo zoccolo intorno alla parete, la cimasa verso il soffitto erano verniciati di grigio. Sarebbe stato tutto grigio, se non avessero fatto eccezione le tendoline ai vetri delle finestre e il panno delle scrivanie che erano, questo e quelle, di color verde.
Dalle finestre, mezzo impedita per le tendoline, penetrava una luce; discreta e malinconica, che avreste detto continuamente crepuscolare: una luce quale s'incontra nelle sacristie e negli androni dei monasteri. Si potrebbe dire che, entrando col dentro, il positivo della vita vi afferrava alla gola in un ambiente di calcoli e di cifre. L'atmosfera del magazzino di cotoni parve a Cesare calda, animata ed allegra appetto a quella che sent pesarglisi addosso in queste sale eleganti, ordinate e tranquille.
La stessa petulante vivacit di Broeck parve smagata in siffatta temperatura di quiete e di gelo. Quasi a forza, nel metter piede in quella stanza, uno sentivasi astretto ad ammorzare il suon dei passi ed a mettere la sordina alla voce. I commessi lavoravano tutti in silenzio; quando avevano da parlarsi, uno si alzava per andare alla scrivania dell'altro, camminava in punta di piedi, bisbigliava sommesso quel che aveva da dire ed era gran fatto se si potevano cogliere alcune parole come riporto, fine corrente, cedola al portatore, cambiale, avallo, protesto.
All'entrare dei nostri personaggi quattro teste si sporsero fuori dai quattro paraventi dei quattro scrittoi, a guardare chi fosse. Broeck cammin verso la seconda scrivania del secondo stanzone, dove sedeva un uomo d'et matura, gli occhiali sul naso e una mezza manica di tela nera all'avambraccio destro.
Caro signor Tioschi, credo bene che Padule ci sia.
Tioschi si alz in piedi.
S, Signor Broeck: rispose con una gentilezza che era prova evidente della considerazione di cui godeva in quel luogo il fabbricante di tessuti di cotone. E se vuol darsi la pena di passare nello studiolo del signor Padule, Ella  sicura di non mai disturbare.
Apr l'uscio che era in fondo alla stanza, e mettendo dentro la testa, disse ad alta voce:
Signor Padule, c' il signor Broeck che cerca di lei.
Avanti, avanti, venga avanti: s'ud rispondere una voce di uomo, e Tioschi essendosi levato di mezzo, Broeck entr nella camera vicina, seguito da Carlo e da Cesare.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Il signor Padule, come Broeck aveva detto a Cesare, era il primo commesso del banchiere Sgritti, ed il vero cervello, di quella casa. Al buon andamento degli affari, il signor Sgritti aveva messi i suoi milioni e un nome gi noto nel mondo, bancario; Padule vi metteva le idee e il lavoro. I suoi guadagni vi erano in conseguenza. Non era punto socio, non aveva la firma; ma pochi anni ancora che la fortuna avesse continuato a sorridere alla casa Sgritti ed egli, o si sarebbe potuto tirare a vivere da milionario, od avrebbe potuto, come si dice, volar colle proprie ali. Sgritti era un animale prosuntuoso, che, all'infuori d'una certa pratica acquistata coll'esser vissuto sin da bambino in mezzo a quelle faccende, non sapeva di nulla e capiva del pari. Negli ufffizi egli compariva raramente; aveva poco o nessun contatto cogli impiegati; Padule faceva tutto. Sgritti si teneva nelle nubi del sommo Olimpo della finanza, dove la sua nullit, vista da lontano, acquistava sembianza di qualche cosa; ma cinque minuti che uno parlasse a questo eroe della Borsa, bastavano per fargli conoscere la verit sul suo conto. Broeck da un pezzo sapeva per che cosa spenderlo, e gli era per ci che non domandava di lui, ma s'era fatto introdurre dal primo commesso.
Questi si era alzato ed era venuto incontro allo Svizzero colla mano tesa. Era egli un uomo elegante che aveva delle pretese, abbastanza giustificate, ad esser detto un bel giovane. Dei suoi trentacinque anni l'arte dell'acconciatura ne rubava almeno cinque all'apparenza. Il sarto migliore e il parrucchiere pi in voga erano incaricati di aver cura della sua persona; i giovani di negozio lo citavano come un esemplare della moda. I suoi finti goletti erano imitati premurosamente, e i suoi panciotti come le sue cravatte dettavano la legge dei buon gusto ad una schiera di poveri di spirito. Aveva fama di fortunatissimo seduttore, e i maligni dicevano sorridendo che il briccone era ugualmente il factotum, negli uffizi del banchiere e nel salotto e nel gabinetto della giovine di lui moglie. In verit Padule con uno zelo perseverante conducava a passeggio ed accompagnava ai teatri ed ai balli madama.
Broeck strinse la mano, portagli dal primo commesso; una mano un po' grossamente tagliata, ma visibilmente l'oggetto di mille cure e armata dell'insopportabile incomodo di unghie lunghe parecchi centimetri, rastiate, spazzolate, dilucidate. Poscia ebbero luogo le presentazioni
La bellezza di Cesare, sopra il signor Padule, non fece quella gradevole impressione che d'ordinario su tutti. I damerini partecipano a molte delle debolezze femminili, e, fra queste, a quel po' di gelosia e d'invidia che prova una donna, per leggiadra ch'essa sia, alla vista della grazia e dell'avvenenza di un'altra.
Cosare, da canto suo, sent istintivamente quest'ombra d'antipatia; trov egli molto altero il tono con cui Padule gli parl; e disse a s stesso che ben presto avrebbe mostrato a quel superbo come egli ne fosse da pi. Intanto assunse anch'egli una certa sostenutezza nelle maniere e nei discorsi che parve a Padule molto spiacente e ridicola.
Appetto alla grigia modestia delle stanze che precedevano, spiccava maggiore lo sfarzo di quella occupata dal primo commesso, colla scrivania di mogano, col tappeto a lana lunga, coi mobili impiallacciati di legni preziosi e lucenti per adornature di bronzo dorato, col gran pendolo e i candelabri dorati sulla caminiera di marmo, col paracenere dorato innanzi ad un fuoco che ardeva allegramente, bench non si fosse ancora che di autunno. Quella stanza apparve una meraviglia di lusso al figliuolo di Carlo Debaldi avvezzo alla nudit della pareti degli stanzoni del collegio ed alla semplicit della casa paterna.
Fu stabilito che il domani Cesare avrebbe incominciato il suo tirocinio sotto l'alta direzione del signor Padule e sotto la pi immediata del signor Tioschi, il pi antico e il pi pratico commesso di quella banca. Ci fatto Broeck s'alz come per torre commiato; il padre di Cesare a cui pareva che tutto non fosse ancora compito, esitava, e il signor primo commesso che comprese la causa di questa esitazione, s'affrett a soggiungere:
Il signor Sgritti  nel suo gabinetto. Credo che potr ricevere questi signori.
Broeck, il quale lisciava gi il suo cappello colla manica del soprabito, fece la smorfia di uno a cui venga proposta cosa dalla quale non pu esimersi ma che gli far perder tempo.
Andiamo adunque a vedere anche il signor Sgritti: disse egli, e si avvi risoluto verso l'uscio che stava in prospetto a quello per cui erano entrati nel gabinetto di Padule.
Il signor Sgritti era l sdraiato coi piedi appoggiati all'americana sull'orlo della tavola che stava in mezzo al salotto, e sbadigliava ad un giornale di cui si dava le arie di leggere la cronaca della borsa.
Questo re di danari  conosciuto a Torino come il cavallo di bronzo di Piazza S. Carlo. Vestito di tutto punto secondo gli ultimi precetti della moda, lucente il petto di bottoni di diamanti, di catena d'oro con mille gingilli che gli pendono sul ventre, egli mostra ogni giorno al caff Fiorio una faccia con barba all'inglese, con parrucchino felicemente dissimulato, con occhiali d'oro sul naso, piuttosto rispettabile di volume.  alto e ben complesso di persona; ha qualche cosa del saltimbanco che mostra le bestie di un serraglio; porta una mazzuola di giunco a pomo d'oro, che agita per aria quando parla; ha voce sonora e non l'ammorza, ma invece si compiace di farla sentire in tutto il suo vigore, nell'importanza ch'egli in buona fede suole attribuire a tutto ci che gli esce di bocca. La sua barba ha la specialit, di essere tricolore: alla radice, presso l'epidermide,  biancolastra, poi la diventa rossigna; per finir nera come le sopracciglia d'un giovinotto meridionale. Tale, e quale era allorquando Cesare gli venne innanzi, tale e quale  ancora al presente. Se non che ha fatto passare alla prova tutte le tinture, gli annunzi delle quali promettono miracoli di ringiovanimento nelle quarte pagine dei giornali. Non  soddisfatto di nessuna, e divent scettico, intorno i progressi della scienza moderna. Tuttavia con siffatto pretesto il suo parrucchiere gli bubbola in di pi una quarantina di lire al mese.
Sua moglie colla quale faremo conoscenza pi tardi ha sempre le pi ricche acconciature, le pi eleganti carrozze, e pi bei cavalli di tutta la citt.  raro che il banchiere accompagni madama, eccetto dove e quando non pu farne a meno; in compenso ei si lascia vedere di frequente con mademoiselle Julie, una briosa e piccante francese che, venuta a fare la modista, fu dal ricco banchiere promossa al grado di sua amica. Moralit dell'epoca! L'eleganza di mademoiselle Julie sta a paro, per ricchezza ed anche per gusto, con quella della signora Sgritti.
Se Cesare era stato sovraccolto dallo sfarzo del salottino in cui lavorava il primo commesso, fu addirittura abbacinato nel vedere quello assai superiore del gabinetto del principale. Tutto ci che in fatto di mobili possono avere di pi elegante Levera e Martinotti; tutto ci che di tappezzerie e stoffe ed arazzi hanno di pi ricco i Solej; tutto che di dorature ed oreficerie possono mostrare di pi abbagliante Musy e Twerembold, adattato alle forme ed alla destinazione di quel salotto, tutto erasi col raccolto e acconciamente allogato. Per la prima volta la ricchezza, quella prepotente ricchezza, che pare non abbia limiti e non conosce ostacoli ai suoi desiderii; quella ricchezza mobilissima, facilissima a scambiarsi, a aumentarsi, a nascondersi, a svanire, incerta forse del domani, ma acremente desiosa del godimento dell'oggi, adorata e maledetta, accusata e adulata, avidamente ricerca e invidiata dai materiali istinti delle generazioni presenti, inutilmente condannata da una morale a cui danno ragione pochi onesti soltanto e coloro che disperano di arrivarla, quella ricchezza, dico, per la prima volta apparve con tutti i suoi splendori all'occhio rapito di Cesare.
Ne fu sbalordito. Gli torn una gran cosa. Cap finalmente il vero oggetto delle aspirazioni dei poveri e delle sue. La sua natura, avidissima di supremazia, avvert che l v'era la potenza la quale andava innanzi a tutto. Si sent umiliato. Quel grosso personaggio, volgare, e a cui tutta la sua ricchezza non concedeva pure il merito di nascondere la sua insufficienza intellettuale e morale; tuttavia, quasi la personificazione di quella potenza che gli si rivelava, apparve a Cesare rispettabile come una superiorit.
Il banchiere, villano come un rincivilito, non si mosse dalla sua positura indecorosa.
Ah siete, voi, Broeck? Disse gettando il giornale sopra un divano. Che cosa v' di nuovo?... Ah! Ah! anche tu, Padule?... V' qualche affare da mettere in via? Broeck, intendetevela con Padule. Sapete che egli  incaricato di tutto.
Lo svizzero spieg a modo suo di che si trattava. Sgritti lo ascolt ripulendosi con un ferruzzo apposito le unghie che portava lunghe al pari del suo primo commesso; sbadigli due volte, poi degnando di trar gi del tavolo la gamba; guard bene il padre e il figliuolo Debaldi che gli stavano dritti davanti, e rispose colla sua voce forte e col suo accento d'importanza:
Ho capito e va benissimo. Vi siete intesi con Padule e basta. Di queste cosuccie credete voi ch'io mi immischi? Lascio fare al mio primo commesso... Intanto mi fa molto piacere aver fatto la conoscenza di questi signori.
L'ultima frase era detta in guisa che si poteva interpretare nel modo seguente: Voi mi seccate e farete molto bene a lasciarmi in libert.
Cesare usc di col preoccupato. Non sapeva pur egli discernere chiaramente le sue impressioni, ma non si sentiva contento. Si trovava in un mondo novello, ma non quale aveva egli sognato. Gli era avvenuto di travedere lo scopo finale, ma la strada per arrivare che glie ne additavano, non gli sembrava quella acconcia per lui. L'atmosfera fredda del magazzino Broeck e Vannetti, quella pi fredda ancora e ripulsiva degli uffici della banca gli avevano ispirata una malavoglia singolare. I sermoni di Broeck avevano mirabilmente concorso ad accrescergliela. La vita gli appariva nel suo lato pi prosastico e penoso. Quel ritornello del lavoro che gli cantava lo svizzero, gli suonava uggioso come una minaccia e una condanna di tutte le sue ardenze giovanili, di tutti i calorosi sentimenti che gli si agitavano nell'anima. Oh che? Avrebbe dovuto sotterrarsi a far cifre in quel sepolcro inverniciato della banca? Gli era a codesto che dovevano far capo tanti desiderii, tanta smania di distinzione, tanto talento? La grandezza e la gloria che egli aveva sognato dov'erano esse in quella strada per cui lo si avviava? Bene voleva egli giungere a quello sfoggio che aveva mirato nel gabinetto del banchiere, ma dover passare per l'ambiente delle camere d'officio ed avanzarsi a lento passo, oscuramente, faticosamente, lo trovava indegno di s. Fu presso all'accusare suo padre, che non avesse saputo pensare ad altra carriera pi splendida, pi acconcia alla vivacit del suo genio, al rapido effettuamento delle sue aspirazioni.
Per non disse nulla, decise provare, e quando il signor Carlo part per tornarsene alla fabbrica, pot credere la nube che vedeva sulla fronte del figliuolo non fosse cagionata che dal dispiacere di separarsi dal padre.
Broeck aveva altres alloggiato Cesare. Gli aveva trovata una camera mobiliata e pranzo a dozzina ad un alto quarto piano d'una delle viuzze pi strette e melanconiche della vecchia parte della citt. Era un'economia per la borsa del padre, ma il figliuolo vi si struggeva di noia. Non altra vista mai che quella delle tegole dei tetti, delle inferriate delle soffitte a cui appesi sucidi panni e dei fumaiuoli dei camini schierati in fila con aria di cattiv'umore. Quando rientrava a casa tornando dalla banca, dopo aver travisto, o per sottoscrivere una lettera, o per una commissione qualunque, il suntuoso camerino in cui non faceva nulla il signor Sgritti, Cesare, anche a suo dispetto, stabiliva dei paragoni che gli amareggiavan l'anima.
Le occupazioni che gli davano alla banca, poco simpatiche fin dalle prime, gli erano diventate uggiose, ed egli che aveva avuti tanti trionfi in collegio, doveva pur confessare che le sbagliava quasi tutte. Non ci si raccapezzava per nulla nell'aritmetica e commetteva mille strafalcioni nella partita doppia; i verbi inglesi lo facevano disperare, e l'ortografia francese gli era uno scoglio insuperabile.
Persuaso sempre della sua superiorit, non a s stesso, alla sua sbadataggine e poca voglia dava la colpa dell'insuccesso, ma alla qualit delle materie di cui gli era imposto lo studio troppo basso per l'altezza del suo ingegno. Su tutto ci veniva periodicamente a spargere l'irritazione della noia la morale di Broeck la quale ogni settimana, col pretesto d'un pranzo pi che frugale a cui il giovane veniva invitato, gli smaltiva un sermoncino identico in tante edizioni ad inculcargli la necessit del lavoro.
Cesare senza distrazioni, senza amici, si era lasciato guadagnare dall'amarezza splenetica, e non avendo altri con cui sfogarsi, amareggiava la povera Fulvia, rispondendo ingratamente con squarci di prosa scettica e disperata ai graziosi idillii amorosi, che la cara fanciulla gli veniva scrivendo a brevi intervalli, anche in due o tre puntate per settimana.
Cesare, gli scriveva ella per esempio, tutt'oggi non ho fatto altro che pensare a te. Ah non  una novit. Ti basterebbe che io ti dicessi che ho vissuto. Penso a te come respiro; il tuo pensiero  la mia vita. Ma ti ho pensato vicino a me, presente ai miei occhi con una potenza d'illusione maggiore che mai. Ti vedevo, proprio davvero; ti stringevo la mano e mi pareva di sentire il tocco della tua. Ti ho udito parlarmi, forse non era del tutto illusione, non  vero? Tu a quel punto pensavi a me parimenti, e la potenza del nostro affetto ha superato la distanza per far sentire il tuo pensiero all'anima mia, come parole pronunziate al mio orecchio. Queste parole mi ripetevano quanto mi dicesti una sera, seduti insieme sulla panca in fondo al giardino, presso al rigagnolo.
Te la ricordi quella sera? Com'era bella! Che armonia in tutta la campagna! V'era un usignuolo non molto discosto che cantava dolcemente, forse d'amore ancor esso. Il rigagnolo sui sassolini del suo letto faceva un bisbiglio che pareva un chiaccherio sommesso. Io aveva la mia veste bianca a fiori azzurri, che tu mi hai detto piacerti cotanto. Oh! a quella veste le voglio bene sai! Ridi pure; ma di belle volte apro il guardaroba dove sta sospesa, guardo quella stoffa, la tocco... e la bacio, poi scappo un po' vergognosa, mezzo arrossita, ma contenta in cuore!...
Adunque ti ho udito ripetere e riaffermare e rigiurare quelle care, preziose cose che mi dicesti... Tutte! Colla tua voce, col tuo accento... Indovina!... Ad un punto non ressi pi. Ho sentito il bisogno di rivedere quel luogo. L'altro d ha nevicato e la neve gelatasi  ancor alta pel giardino. Che cosa m'importava? Mi avviluppai col primo fazzoletto trovato, e mentre la zia non mi vedeva, guizzai fuori, e lesta a correre per la neve sino al posto diletto. Ahim! Che squallidezza tutt'intorno! L'usignuolo non cantava, il ruscelletto ghiacciato non bisbigliava pi. A tutta prima mi sentii presa da una subita tristezza; ma le tue parole non tardarono a suonarmi di nuovo nell'anima. Rividi la campagna bella e ridente, come a quell'ora crepuscolare dello scorso autunno. Rientrai lieta. L'usignuolo mi cantava nel cuore.
A queste care fanciullaggini, Cesare rispondeva crudelmente che per lui l'orizzonte s'era oscurato, che non pi la stella d'una speranza brillava nel suo cielo e che la sua vita era ormai tutta un inverno. Sciocchezze cattive fra cui appena era s'egli si lasciava cascar dalla penna, come un avaro l'elemosina, qualche parola d'amore.
Fulvia, al ricevere queste lettere, si nascondeva nella sua camera e piangeva di soppiatto.
E lettere piene d'affetto scriveva pure a Cesare la madre, e simili eziandio il padre e il fratello. V'era tanto cieco amore per quel giovane nella famiglia, da farne fortunato chicchessia; ma egli, l'egoista ambizioso, non ne conosceva il pregio nemmanco.
Al padre, alla madre ed al fratello Cesare scriveva di rado, e certe mezze paginette che amareggiavano colla loro freddezza i buoni parenti; ma di quando in quando veniva Broeck a dar loro notizie laconiche, ma consolanti del figliuolo.
Il ragazzo va bene (scriveva poco su poco gi, quasi sempre il buono svizzero). Ieri ha pranzato meco; vive savio e morigerato. Ha acquistato una bellissima coulante inglese; comincia a farsela colla regola del tre: parla il francese tanto bene che io non arrivo pi a capirlo.
Il signor Carlo si rassicurava e faceva risponsabili della freddezza e della rarit delle lettere di Cesare i suoi studii e i suoi lavori.
Sino allora Cesare s'era tenuto in bilico fra l'ubbidienza ai desiderii del padre e la rivolta. Chi avrebbe creduto che a dargli la prima spinta per farlo traboccare dalla parte di quest'ultima sarebbe stata quella ingenua e amorosa anima di Fulvia?
L'inverno bene o male era passato. Venne una splendida primavera a rinverdire la campagna e cacciare l'eterna febbre di amore e di volutt in tutti gli esseri organizzati. I fiori, come gli animali, in una nuova vitalit languivano di passione e di desiderii. L'aria, pronuba all'imeneo della natura, portava nei suoi tepori un segreto fermento che infiammava il sangue. I venti anni di Cesare gli salivano al cervello come i vapori del vino nuovo. Il tappeto verde della scrivania e la tappezzeria grigia dello studio gli divennero intollerabili; pi intollerabile la immobilit a cui era condannato innanzi agli occhiali grossi ed alla fronte piccola del buon Tioschi; intollerabilissime le sue occupazioni.
Aveva bisogno d'aria e di luce e di moto; si paragonava all'uccellino, cui teneva prigione sulla sua finestra al di sopra delle tegole, una povera artigiana che abitava una soffitta in faccia alla camera di Cesare. Il povero uccello si agitava nella sua carcere e percoteva col capo contro tutti i ferrazzi della gabbia per trovare un'uscita. Cos, egli, Cesare, era imprigionato dalla fastidievole monotonia di quell'ingrata esistenza. Perch non avrebbe cercato liberarsene, egli che l'avrebbe agevolmente potuto?
In questa disposizione d'animo, il giovane ricevette da Fulvia un inno amoroso in prosa calda come un raggio di sole e casta come un raggio di luna. Il suo sangue tumultu d'avantaggio; rivide pi efficacemente col suo pensiero il volto leggiadro e lo sguardo soave della fanciulla; con nuova malia la sua memoria evoc ed ebbe presente l'immagine della gentile creatura che lo amava. Manc alla banca col gusto con cui gli studenti marinano la scuola. Corse su per le belle pendici della collina, il cuore palpitante, la testa piena di mille idee che nella loro confusione gli parevano sublimi. Si cacci al fondo dei boschetti, si sdrai sulla fresca erba smaltata di fiori che gli mandavano al cervello i loro varii selvatici profumi inebbrianti; l'istinto, il desio, la passione della libert lo scuoteva con brividi. Perduto l, in mezzo a quel tacere della campagna, che pure  pieno di voci e di sentimenti, gli pareva d'entrare colla sua personalit nella vita della natura, o meglio con potenza sovrumana questa raccogliere nel suo io, ed egli parteciparne le sublimi grandezze.
Rilesse la lettera di Fulvia che avea portato seco. Ogni parola di quelle quattro pagine gli torn a quel momento come una carezza dolce al pari d'un bacio. Aveva il seno gonfio d'ineffabile affetto, gli occhi pieni di dolcissime lagrime. Oh! come dare sfogo a quella meraviglia di sentimenti che gli producevano tanto dilettoso travaglio nell'anima?
Il disgraziato, ad un tratto, si ricord, non so come, di certe linee rimate che in collegio gli avevano meritato il premio di poesia. Le rime gli si affollarono sulle labbra; gli sdruccioli si contorsero come serpenti traverso i suoi concetti a dividerli a strofe; queste si conchiusero quasi da s stesse fieramente con i pi orgogliosi tronchi del mondo. Cesare balz in piedi, raggiante l'aspetto, mand attorno uno sguardo di dominio, tese le mani come se volesse pigliare possesso della terra e coll'accento con cui si sarebbe proclamato re della natura, esclam superbamente:
Sono poeta!
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
Era poeta! Tutte le sue ripugnanze al lavoro assegnatogli, le trov spiegate e giustificate; la ribellione alla prosa di quella vita che gli si voleva imporre, gli parve la pi legittima cosa del mondo. Dopo aver messo insieme una dozzina di strofe liriche, in cui amore rimava con cuore, viso con paradiso, e ardor con fior, si salut con deferenza come autore di un capo d'opera. Corse a casa colla testa che gli ribolliva, le guancie infuocate, le tempia pulsanti, e credendosi d'aver sulla fronte i raggi luminosi di Mos. Egli si diceva che veniva dal suo Sinai, dove aveva visto la prima volta, faccia a faccia, il suo genio.
Erano versi d'amore: delle volgarit dette da centinaia di belatori di liriche, ma pure in esse vi era qualche soffio vivace di passione giovanile. Ebbero un solo lettore, ma un lettore entusiasta; Fulvia.
Anche questa volta, ricevendo il cantico dei cantici di Cesare, la innamorata fanciulla pianse, ma pianse di tenerezza. Come non credere di essere amata supremamente da uno che architettava quattro pagine di parole messe in cadenza, per giurare eterna f della sua diva al pi complice la posta? L'armonia di questi versi parve a Fulvia la pi bella del mondo. Secondo era naturale, ella pens tosto a Dante e Beatrice, a Petrarca e Laura, a Torquato e Leonora. Avvis in Cesare un genio e in s la musa di lui, l'amante ispiratrice. Tutte le lettere che il giovane le scriveva, Fulvia usava riporre, come cosa preziosissima, in un suo scrignetto, dove di quando in quando correva a cercarle per bearsene colla lettura. Ma questa straordinaria ebbe straordinarii onori e fortuna, e chiusa in un adatto sacchettino di seta, destinata a posare di continuo sul cuore dell'innamorata fanciulla, entr subito subito nell'esercizio della cara e preziosa funzione.
Scrisse intanto a Cesare un ditirambo ammirativo, nella cui prosa v'era pi poesia che in tutti i versi di lui. Il giovane fece il favore alla ragazza di rivelarle i suoi nuovi sogni e le sue ambizioni. Egli vedeva, portagli dalla fantasia, la corona luminosa della gloria.
In questo frattempo avanzatasi la stagione, il signor Sgritti invit tutti i suoi giovani di studio a passare una giornata di domenica alla campagna ch'ei possedeva sulla ridente collina verso Moncalieri. Il signor Padule notific l'invito e s'incaric, pratico qual era del luogo, di capitanare e condurre la carovana.
Cesare si prepar con piacere a questa scampagnata. Aveva udito parlare tante volte della bellezza di madama Sgritti e non l'aveva ancora veduta mai. Ora avrebbe potuto finalmente ammirarla. Desider di poter produrre a quella signora, venendole innanzi, la favorevole impressione che ei ben sapeva di eccitare pressoch in tutti. Pose maggiore attenzione al suo abbigliamento e fece studi profondi sul nodo della sua cravatta. Si rec al convegno non senza un po' di agitazione e con un buon solletico di curiosit. Al vedere il sig. Padule nella pompa della sua eleganza da damerino, Cesare sent una viva vergogna ed una pari invidia, paragonando la povera modestia de' suoi abiti all'abbagliante acconciatura del primo commesso.
Nella villa del banchiere, quel giorno era accolta una numerosa societ, quella strana e mista societ che si trova oggid nelle sale del ricco, il quale sfarzosamente d pranzi e festini. Qualche nobile di antica data che vi si frammischia con tratti d'esagerata cortesia che potrebbero dirsi un'ironia finissima; nuovi titolati che i loro sacchetti d'oro hanno creduto bene farli sormontare da una comprata corona di conte o di barone, i quali sostengono il nuovo loro stemma con una ridicola alterigia da rincivilito; campioni dell'aggiotaggio che rincalzano la loro ineducata impertinenza coll'autorit dei milioni che hanno guadagnato; giornalisti influenti, deputati, pubblici funzionari pervenuti agli alti gradi della scala amministrativa, giovani alla moda e parassiti.
La signora Sgritti, in mezzo a tutta questa gente, sfoggiava le sue grazie, un po' ammanierate, con una padronanza di s, che dinotava una grande abitudine di siffatte concorrenze. Era essa in vero una bella donnina; ma voleva esserlo troppo. Ostentava vezzi fanciulleschi, e ammantava la sua civetteria d'una affettata sbadataggine da giovinetta irriflessiva. Piacevasi di vestire quasi da ragazza, poco meno che da collegiale, incaricando per di chiarire la sua condizione di maritata gli sfarzosi gioielli di diamanti, dei quali ad ogni occasione soleva ornare la sua personcina per pi migliaia di lire; faceva all'innocentina pi che non convenisse ai suoi anni, che da un lustro ella confessava essere ventitre. Per dare sempre nuova freschezza alla sua carnagione e nuovo bagliore ai suoi occhi e una fine purezza di disegno all'arco delle sopracciglia, ricorreva a certi belletti di Francia ed a certe arti di pittura che facevano della sua faccia il pi bel pastello del mondo. Metteva in pratica, senza averli mai letti, i versi del poeta latino: Egnatius, quod candidos habet dentes, renidet usquequaque. In un sorriso continuo, avvicendato da risatine, armoniose come trilli di una buona voce di soprano, essa faceva una mostra di dentuzzi ben fatti, bianchissimi, bene allineati cui tutti i poeti, che erano passati pei salotti di lei, avevano definiti una filza di perle d'Oriente in mezzo a due foglie di fior di rosa del Bengala. Similitudine vecchia come le perle e le rose; ma di cui l'ingegno maschile non ha ancora trovato la migliore da offrire in omaggio alla vanit femminea.
Quel giorno ella vestiva di bianco, con una cintura a nastri svolazzanti di color cilestrino. L'abito era molto scollacciato e senza maniche, ma sulle spalle e sulle seducenti curve del seno stendevasi il velo leggerissimo e sottile d'una mussolina, la quale avvolgeva del pari in una bianchissima nebbia trasparente le ben fornite braccia di s eleganti e morbide forme. Quell'accorta velatura era pi seducente della nudit. Il suo viso aveva l'incarnatino delle guancie d'un bambino. L'arte aveva superato la natura. I suoi grandi occhioni brillavano di mille fuochi. Era pettinata semplicissimamente, con sulla nuca attorcigliate le sue abbondanti treccie nere, fra cui per solo ornamento una rosa naturale colore di sangue. Alle tempia le sue ciocche erano arricciatamente ondeggiate in molto vaga maniera. Le splendevano brillanti alle piccole orecchie, al seno in ispilla, ai polsi in braccialetti. Pi dei diamanti splendevano i suoi occhi, splendeva, se cos posso dire, il suo sorriso, splendeva la sua bellezza. Al suo comparire era tutto un bagliore che pareva illuminare l'aura d'intorno; partendo, avreste detto ch'ella si portava seco una particella di quella bella luce di sole, che in quel d era bellissima.
Cesare, presentato come i suoi compagni alla padrona di casa da Padule, ebbe la fortuna di coprire il suo impaccio colle mostre dell'ammirazione che sent per quell'artifiziata bellezza. Alla signora Sgritti la confusione di quel giovanotto riusc pi lusinghiera che la volgarit di complimenti uditi gi le mille volte. La bellezza di Cesare collabor efficacemente al buon effetto. Ella favor il giovane d'uno sguardo e d'un sorriso, che fecero scorrere un brivido di gelosia e di sdegno per l'epidermide del signor Padule.
La ripulsione di costui per Cesare si ridest di botto e pi forte che mai. L'accoglimento della signora aveva d'altra parte ridonato alla vanit del giovane la sicurezza e la confidenza nei proprii meriti; ma quella prima soddisfazione doveva egli scontarla tosto coll'umiliazione della profonda noncuranza onde si sent circondato in quell'assemblea. Nissuno gli badava. Le donne parevano incoraggiarlo col primo loro sguardo; ma ciascuna aveva il suo gruppo di conoscenti, ed egli, ignoto a tutti, come accostarle? Egli sentiva inoltre un imbarazzo e una soggezione che lo consigliavano a starsene in disparte, tuttoch se ne rodesse maledettamente. L'unica persona con cui parlasse e che gli stesse a compagno era il buon Tioschi, il quale, per la solenne occasione, aveva inaugurato un abito nuovo, oggetto di tutto il suo interesse e di tutte le sue attenzioni.
Ad un punto Cesare abbandon la compagnia e il soprabito nuovo di Tioschi per esser solo colla sua dispettosa umiliazione e coi nuovi molteplici sentimenti che gli si erano destati nell'anima. Era nulla col, egli che voleva esser tutto! Oh come far suoi quei bagliori sociali che gli destavano invidie cotante? Un desiderio immenso lo assalse di sorrisi di donne e di omaggi d'uomini. La sua vanit anel potentemente al possesso di quei vantaggi che il mondo gli faceva brillare agli occhi: lo sfarzo, la considerazione, la bellezza. L'immagine della signora Sgritti gli volteggiava innanzi alla mente, colle sue belle forme avvolte nella nebbia di mussolina, coi suoi occhi infuocati promettitori di s voluttuosi misteri.
Aveva visto Padule ammiccare in certo modo cogli sguardi verso la signora; aveva sorpreso certe strette di mano seguite da certi sorrisi; si diede ad invidiare cotanto il signor primo commesso che quasi giunse ad odiarlo. Non cerc neppure di battezzare fra s quel sentimento che la signora Sgritti gli destava; ma frattanto la povera Fulvia fu dimenticata. Lo occupava un acre desiderio per quell'artifiziata belt. Una bella donna ha in certi suoi atti e vezzi una tale seduzione sull'organismo d'un uomo, che nulla vale ad esprimerla. Ha bastato mille volte uno sguardo, una mossa di donna per cambiare la sorte di un uomo, per destargli una passione tremenda nel seno, per fargli travedere un paradiso e sentire l'inferno. Fortunatamente la maggior parte delle donne non conosce bene questo loro potere, e le pi non sanno in che propriamente risieda e come lo si possa con sicurezza d'effetto esercitare. Quelle poche le quali in ci son destre, sono le pi terribili civette del mondo.
La signora Eugenia Sgritti apparteneva un poco a queste ultime. Aveva una leggerezza di carattere, guastata ancora da una di quelle poco acconcie educazioni che troppo sono comuni per le ragazze della nostra borghesia. La vita erale apparsa una palestra in cui gareggiare colle sue amiche e compagne di sfarzo e di eleganza. Il matrimonio non era per lei che la libert di competere colle signore pi brillanti nell'acconciatura e nel numero degli adoratori. Dei doveri della famiglia non aveva pure il menomo sospetto; l'istinto di essi, che forse era gi lievissimo in lei per natura, avevanle obliterato del tutto le abitudini svagate e la vita elegante. Voleva sfoggiare e piacere: ecco lo scopo della vita assegnatosi. La corruzione abbastanza sfrontata dal marito, la troppa di lui insufficienza di ingegno, di carattere e di cuore, non erano fatte per indirizzare a miglior via quell'essere sconclusionato. La soverchia distanza d'et, la bassezza del signor Sgritti, la pubblicit de' suoi vergognosi amori avevano impedito e impedivano ch'ella potesse mai sentire, non che amore per suo marito, neppure un po' di stima. Della libert lasciatale usava con tanta avventatezza, che faceva supporre ancora maggiore di quello che fosse in realt il male della sua condotta il quale pure non era piccolo.
L'arte di seduttore, la prestanza personale, lo sfoggio d'abbigliamenti di Padule, l'avevano abbagliata un momento. L'occasione aveva favorito il primo commesso, con cui Eugenia aveva leggermente avviata una tresca che era in seguito diventata una abitudine. Padule, dall'orgoglio di tale conquista, era spinto a far di tutto per conservarsela. Aveva capito che la signora avrebbe continuato a rappresentare con lui la commedia dell'amore, fino a tanto che avrebbe potuto crederne lusingata la sua vanit femminile; e suo studio principalissimo era quello di conservare innanzi a lei il suo fascino di damerino elegante.
Non affermer che la signora Eugenia si mantenesse pi fedele agli impegni illegittimi di quello che fosse stata ai giuramenti coniugali; il capriccio, la mattana, la curiosit del male potevano di molto in quella natura leggiera e bizzarra. L'amante era ingannato ancor esso; e la vanit, la passione sensuale avevano destato in Padule una gelosia che faceva di tutto per nascondersi agli occhi della bella, ma che si inalberava in lui ad ogni menoma occasione di sospetto.
Cesare, dopo mezz'ora di quella rabbiosa meditazione in solitudine, fu riscosso da una fresca risata, che conobbe suonare sulle labbra della signora Eugenia, e sent vivissimo il desiderio di rivedere le ammalianti grazie di quest'essa. Cammin sollecito verso il luogo dove aveva udito quella melodia di riso. Tutta la societ era col radunata; sotto le ombre di un gran padiglione di rami d'alberi incrociati. Il banchiere, impettito nel suo panciotto di candore; abbagliante, smaltiva colla sua solita importanza la sua solita nullit alla solita ammirazione de' suoi parassiti ordinar. Eugenia, seduta, distribuiva, le grazie del suo sorriso ad una schiera di corteggiatori, fra cui si faceva distinguere un uomo di mezza et, vestito con una certa aprezzatura, il quale, dritto, alle spalle della signora, parlava con una vivezza ed una volubilit piena d'animazione e di brio. Un po' in disparte, stava Padule, che cercava nascondere il suo cattivo umore, giuocando coll'ombrellino e col ventaglio che madama gli aveva fatto il favore di affidargli.
Verso quell'uomo che chiaccherava cotanto, tutti mostravano una certa deferenza; i suoi motti erano applauditi coi sorrisi, e le sue affermazioni approvate coi pi unanimi cenni di capo. L'attenzione che tutti, gli prestavano era una specie di piacenteria; quella che Eugenia, una dolcissima lusinga.
Nell'ombra pi folta del boschetto, in cui si nascondeva per guardare con invida bramosia quel piccolo Eden, dove Eugenia splendeva nella sua veste candidissima, coi suoi diamanti splendidissimi, colla sua bellezza seducentissima, il nostro Cesare vide ai suoi fianchi luccicare modestamente gli occhiali del signor Tioschi, paria come lui in quel mondo di eletti, ma paria o rassegnato, o che ignorava la sua condizione.
Cesare lo prese per braccio e gli addit quell'uomo che parlava sempre.
Conosce Lei quel signore?
Diavolo, se lo conosco!  il signor Arlotti.
Il direttore della Voce pubblica? Domand vivamente Cesare con nuovo e maggior interesse.
Appunto.
E allora il giovane si spinse coraggiosamente innanzi per vedere di meglio quel personaggio famoso e di udirne ancor esso le parole.
Non fa bisogno ch'io vi dica come la Voce pubblica fosse a quell'epoca il giornale pi diffuso e pi importante della citt; quello che aveva il monopolio di rappresentare l'opinione della maggioranza dei cittadini, anzi di creare quest'opinione coi suoi articoli di fondo, di proclamare la verit delle cose coi suoi entrefilets, di impartire i buoni e i cattivi successi alle commedie e ai libri nuovi con giudizi delle sue appendici, dare la voga ai mercanti, la pubblicit alle scoperte col ciarlatanismo di annunzi, che i francesi chiamano rclames, della sua cronaca locale.
La riuscita speculazione del suo periodico aveva dato al signor Arlotti una fama che il capo d'opera pi letterario del mondo non avrebbe valuto a regalargli a questi lumi di luna. Era divenuto, come si suol dire, una potenza, che ognuno cercava di ammansare, di rendersi propizia per averne aiutatrice, od almeno, non avversa l'efficace influenza. In ogni giorno che Dio concedeva all'umanit, tolte le solite quattro feste solennissime, il signor Arlotti insegnava ai suoi concittadini quello che dovessero credere e pensare per 24 ore, ed additava loro le glorie da celebrare e i fatti da condannare durante la colazione. Era un facitore e sfacitore di celebrit coi fatti diversi. Tagliava il pane della scienza politica, a un soldo per fetta. Tutti gli spigoli delle cantonate erano pieni del suo nome e del titolo del suo giornale. Cesare, nell'inesperienza della sua giovent, lo credeva per davvero un grand'uomo. Ecco perch si era slanciato innanzi con tanto ardore, quando ne aveva udito pronunziare il nome dal buon Tioschi. Ma mentre Cesare si apparecchiava a bearsi ancor egli dei discorsi del celebre pubblicista, venne un domestico, ed annunzi che era messo in tavola.
...
.
...
Capitolo 6.
...
.
...
Cesare era seduto coi personaggi di meno importanza al fondo della tavola, fra Tioschi e un parassita volgare. La signora Eugenia, in mezzo del lungo desco, aveva alla sua destra un deputato ministeriale influente, alla sinistra il giornalista, in faccia la zazzera arricciata di Padule. Al nostro giovane protagonista non arrivavano che di sbieco, tramezzati da una selva di cristalli e d'argenti che brillavano allegramente, le chiacchere d'Arlotti e gli sguardi della padrona di casa.
A mezzo il pranzo, la conversazione divenne animatissima. Si parl, come si suole, di tutto e di tutti. Le donne mormoravano con gaia leggerezza delle amiche, e gli uomini, sotto pretesto di politica, tranquillamente calunniavano i pi notevoli personaggi. La maldicenza, il figurino delle mode, le discussioni della Camera e le notizie teatrali facevano le spese del vivace ciarlio, che veniva abbandonandosi ad un crescendo rossiniano con accompagnamento di coltelli e forchette, tra il fuoco di fila delle bottiglie stappate. Allo spumeggiar dello Sciampagna, tutte le lingue erano sciolte, tutte le labbra ridenti, tutti gli occhi smaglianti. Il signor Sgritti confidava d'essere un grand'uomo alla sua leggiadra vicina, la quale approvava, annegando il suo malizioso sorriso nel calice mousseline da Sciampagna, ed ammiccando al contino di sinistra che le faceva una dichiarazione fra un cucchiaino e l'altro di gelato. Eugenia, colle sue pi infantili moine artifiziate, incoraggiava la galanteria dell'uomo politico, e con risatine ritentava i motti arguti del pubblicista, mentre, con una piet periodica, veniva ogni cinque minuti temperando la inquieta irritazione di Padule merc uno sguardo che diceva di molte cose. Di queste occhiatine gettate qua e col, alcuna, lungo il pranzo, era giunta pure, di quando in quando, sino a Cesare, come arriva la luce del sole agli abitatori dell'estremo polo. Gli occhi del giovinetto erano larghi, fissi sulla bella padrona di casa con una immobilit ostinata, con un bagliore che aveva acceso la passione giovanile ed avevano accresciuto le libazioni di vin generoso. La bella testa di Cesare, con quei suoi grandi occhi neri fissi su di lei, appariva ad Eugenia un problema vivente, di cui troppo facile era la soluzione alla sua vanit femminile, ma tale da destare la sua curiosit di civetta. Coi suoi sguardi essa gli slanciava dei punti d'interrogazione che erano degl'incoraggiamenti. Sotto quelle freccie, con esca infuocata per punta, Cesare sentiva accrescersi l'ardire e l'ebbrezza. Tioschi non si dava pensiero pi del suo soprabito nuovo, l'asse delle lenti dei suoi occhiali non era pi, come sempre, sopra una esatta linea orizzontale, i suoi gomiti si piantavano audacemente sul tessuto di Fiandra del mantile, rideva alle facezie pi che leggiere del parassita, contava ancor egli, con qualche confusione nell'esposizione, i suoi curiosi aneddoti di giovent e della brillante carriera guerresca che aveva percorso nella guardia nazionale, dov'era arrivato ai galloni di sergente.
Eugenia si alz per metter fine ai brindisi che scoppiavano da tutte le parti con un'intemperante progressione di temerit; prese il braccio di Arlotti, e si avvi verso il giardino, passando vicino a Cesare, il quale si era un po' allontanato dal tumultuoso gruppo dei convivi troppo animati. Gli fece col ventaglio un cenno leggerissimo, a cui lo sguardo dava il valore d'un invito. Cesare la segu con tutto il coraggio che gli ispiravano il suo vanitoso amor proprio e il vino di Sciampagna.
La signora Sgritti attese un momento di sosta nelle ciarle del giornalista per cominciare il discorso con Cesare, merc una interrogazione delle pi innocenti.
Che cosa dic'ella, signor Debaldi, della nostra villetta?
Dico che la  un luogo incantato, di cui ecco la fata meravigliosa.
Eugenia sorrise. Arlotti si volse a guardar Cesare, poi disse a sua volta:
Con una tale Armida chi non verrebbe essere Rinaldo?
Non mi parlate mitologia, per carit! Disse la signora, accompagnando la sua mal dissimulata compiacenza con un vezzo dei pi infantili.
Poscia ella fece la presentazione formale dei due uomini uno all'altro. Arlotti s'inchin leggermente, Cesare disse con calore alcune parole ammirative al giornalista, per le quali fu lusingata la vanit di costui, non guari inferiore a quella femminile.
 molto amabile; pens Eugenia regalando a Cesare una nuova occhiata.
 un giovane di spirito; pens il giornalista stringendogli la mano.
Non  da molto ch'ella  a Torino? Domand Eugenia.
Da otto mesi.
Ecch? In tanto tempo non mi ha mai voluto favorire d'una sua visita?
Io non osava aspirare a tanta fortuna.
Nel mio salotto avrebbe avuto il vantaggio di conoscere la miglior societ torinese.
Il maggior vantaggio mi sarebbe stato quello di poter prima ammirare una s gentile signora.
Arlotti, a cui seccava far la parte di testimonio passivo, intromise una sua domanda.
Ella ha dunque intrapreso la carriera finanziaria? Ha fatto eccellentemente. Il mondo ed ogni suo bene appartengono agli uomini di borsa.
Eugenia protest con vivacit. Fra le sue affettazioni non era l'ultima quella di voler comparire come donna a grandi sentimenti ed a poetiche aspirazioni. Il suo civettismo si serviva qualche volta d'una romanticheria appresa dalla letteratura francese. In mezzo alla sontuosit del suo salotto, con tutti gli artifizi della toletta e le superfluit della moda addosso, si piaceva di susurrare sospirando, s esser nata per anelare alla effettuazione del motto sublime: un tugurio, ma con lui!
Che cosa dice ella mai? Vuole esaltare la pi arida e prosaica delle carriere. Da essa non si avranno mai che uomini senza entusiasmo e senza calore d'affetti. Se il mondo appartiene a costoro, il mondo, glielo dico io,  ben da compiangere.
Mand un sospiro, che pareva rivelare la segreta infelicit delle sue personali delusioni, e continu:
Ma posseggano pure tutto quello che vuole, ci che non potranno mai guadagnarsi  il cuore d'una donna, il quale ricerca nobilt di sentimenti e generosit di affetti. Ora, parmi che alcuno ben vi abbia ancora ad essere sulla terra, fra i giovani, che stimi andar innanzi ad ogni cosa un vero amore di donna
Oh s: proruppe con forza Cesare, come per affermare: Io sono di quelli.
Eugenia ripigliava con pi foga ancora:
Gli uomini di borsa! mio Dio! L'egoismo e la materialit brutale. Ah! lo so bene che l'interesse uccide ogni pi delicato pregio dell'anima.
Le parole della signora Sgritti ebbero su Cesare un duplice effetto. Primo, lo fecero vergognoso dei fatti suoi e gli accrebbero la gi tanta ripulsione che sentiva per la carriera a cui lo voleva indirizzato suo padre; secondo, gli provarono chiaro come il sole che tutte le dicerie che correvano sulle attinenze di Padule e della moglie del suo principale, erano prette calunnie.
Ha ragione, diceva il giornalista con qualche ironia. L'aggiotaggio distrugge i pi delicati pregi dell'animo... ma fornisce i mezzi di vestire la moglie di vesti parigine e di versar fiumi di Sciampagna in pranzi principeschi.
La signora trasse con grazioso dispettuccio il suo braccio da quello di Arlotti, e percotendogli una spalla col ventaglio:
Profano! Esclam. Ella parla come un libro di conti.
Ed ella come un volume di poesia.
Cesare si affrett ad affermare ch'egli divideva le idee di madama.
L'avere intrapreso questa carriera; diss'egli,  un sacrificio, e gravissimo, che io faccio al dovere dell'ubbidienza figliale.
Sollev lo sguardo ai pi alti rami degli alberi, che facevano volta di verzura sulle loro teste, e si atteggi ad uomo cui non siano ignote le aspirazioni sublimi.
Gli  ad altri orizzonti che si volge il mio sguardo, gli  a pi serena regione che aspira il mio spirito.
Eugenia gli strinse la mano, come significare: Noi s che c'intendiamo: poi disse rivolta ad Arlotti:
Ebbene s, io sono avida di poesia, l'anima mia la sente e ne ha sete. Io era nata per le gioie intime di due esseri che si comprendono e fanno di s, intorno a s, un piccolo paradiso sulla terra.
Cesare palpitava. Mai non gli era avvenuto d'udire su labbra di donna viva, in crinolino e chignon, siffatte parole da libro di romanzo. Che differenza dalla ricercatezza di queste frasi alla semplicit di quelle che un vero sentimento mandava alla bocca e sulla penna di Fulvia! L'incauto giovane dava la preferenza alle prime; in quel momento, anzi, le dolci parole della cugina aveva del tutto poste in oblio.
Arlotti allora prorompeva con un'enfasi, in cui altri avrebbe forse avvertito un po' d'ironia.
Ah s. La gioie intime! Il paradiso terreno nelle delizie di amore! Un poema in azione, collaboratori la bellezza e l'ingegno. Non mi disistimi cotanto, madama, da non credermi capace di aver fatto ancor io un simile sogno nell'ardenza della mia giovinezza, di non farlo tuttavia alcune volte fra un articolo di alta politica e un'appendice di critica letteraria. Oh certo, ella, signora Eugenia,  un impasto tutto poesia, la mente, l'anima e il cuore...
(E qui uno squarcio di declamazioni adulative, rese meno volgari da alquanto brio d'ingegno; e poi continuava:)
Se vi ha persona al mondo che possa effettuare quel sogno cui dicevo poc'anzi, ella quindi  dessa, signora Eugenia. Un suo sguardo innalzerebbe all'azzurro della poesia l'uomo che ne fosse l'oggetto. Quegli a cui Ella dicesse: acquistate la ali per volar meco, farebbe il miracolo di Icaro, a costo anche della caduta.
Cesare, queste volgarit complimentose, sentiva risuonare come un'eco nel capo e sbalordirgli il cervello, confuso. Parevagli che foss'egli a pensare siffatte cose, ed egli a dirle per bocca di quell'uomo di tanta fama. Credeva sentire a pronunciare dal destino la sua sentenza: Tu sarai celebre, e questa donna ti retribuir la tua gloria in moneta d'amore. Gli venne la tentazione di prorompere, in una esplosione vulcanica di versi e di improvvisare ad Eugenia le strofe che aveva scritte poc'anzi per Fulvia. La presenza d'Arlotti soltanto lo salv da questa profanazione.
Camminavano lentamente sulla sabbia finissima dei viali del giardino. Ad uno svolto si trovarono innanzi la faccia da damerino di Padule, animato ancor esso dallo Sciampagna e dalla gelosia.
Signora Eugenia, disse il primo commesso, mandandole addosso certi sguardi rampognatori: la si attende nel salotto pel caff.
E le porse il suo braccio con tutte le regole d'una raffinata galanteria. La signora prese il braccio offertole, e si allontan con Padule parlandogli vivamente sottovoce.
Cesare ed il giornalista, rimasti soli, si avviarono lentamente ancor essi a prendere il caff.
Signor Arlotti, proruppe Cesare ad un tratto, come spinto da un subito impeto di sentimento: io credo alle ispirazioni interne, ai preavvisi dell'anima. C' alcuna cosa in me che mi annunzia come non debba essere senza grande influsso sul mio destino l'aver io qui conosciuto e potuto accostar lei, il cui nome va cinto gi di tanta luce di fama. Io sono di quelli che sentono in cuore una potente aspirazione a quella grandezza alla quale ella  gi pervenuta.  una vera vocazione la mia?  una illusione? Mi sento poeta, e certe volte ho delle febbri d'audacia che mi fanno credere d'esser capace di sollevare un mondo, di creare un universo col pensiero. Per la mia ignoranza della vita sa gi una cosa: che senza soccorso  impossibile farsi avanti a chi giace confuso nella immensa congerie di coloro che passeranno come se non fossero stati mai. L'aiuto d'una mano potente pu togliere questa impossibilit. Se una destra amica mi si protende in questo baratro del nulla, e dell'ombra, io mi sento capace di afferrare la terra meravigliosa dove splende la luce. Perch questo genio benefico non sarebbe lei, che manda ogni giorno, per dieci mila bocche e cento mila lettori, la celebrit del suo nome?
Arlotti guard stupito il giovane, come si guarderebbe un fenomeno straordinario che subitamente vi apparisse della ordinariet della vita.
Poffare! pens egli. Questi  un residuo di quella uggiosa generazione di geni sconosciuti che pullulavano or sono venti anni nelle universit, nelle birrarie e negli estaminets d'Italia, a preparare l'attuale impotente virilit.
Prese Cesare ad un braccio con amichevole mossa, e gli fece sollecitare il passo per arrivar pi presto a prendere il moka, ch'egli amava assorbire caldissimo.
Mio caro giovinotto, gli disse frattanto, le sue parole accennano a un gravissimo problema e destano tutto un mondo di idee. La poesia e la gloria? Ah quelle son due maliarde che amareggiano senza compassione chi in loro s'affida, come fa al viaggiatore del deserto la crudelt della fata morgana. Avr udito certe tradizioni orientali in cui si conta di fate leggiadre tutto splendenti, che appariscono al pellegrino sulla sua strada, lo abbagliano, lo aggirano, se lo traggon dietro, e lo abbandonano, dileguandosi, nell'atto ch'egli precipita entro un abisso a cui l'hanno spinto. Faccia suo conto che quelle due chimere le sono tali e quali.
Cesare si ferm, pallido in viso.
Gran Dio! questo  uno sconforto.
No: rispose Arlotti, avviandosi di nuovo verso il salotto;  una parola d'amico. Non sempre sono disposto a dirne di queste parole; oggi s. Profitti, giovinotto, di questa meraviglia, finch la verit cola dalle labbra d'un giornalista;  una fonte intermittente, che rimane troppo presto inaridita.
Prese la chicchera di porcellana chinese che gli porgeva in quella un domestico in gran livrea, e aspir con delizia il profumo dell'arabo liquore. Poi sorbendo lentamente il fumante caff, continu a dire a Cesare, il quale rimaneva attonito ad udirlo e mirarlo:
Veda! Ella commette un grosso errore di apprezzamento, chiamando gloria quel poco di rumore che si fa intorno al mio nome. Non  il mondan rumore altro che un fiato di vento che or vien quinci ed or vien quindi, disse Dante, cui fra parentesi, le consiglio di studiar tutto a memoria prima di accingersi a far dei versi. Il rumore che si fa del nome di un giornalista non  fiato di vento,  soffio di zeffiro appena appena. Che lo ceda altrui domani il mio giornale, dopo dimani nessuno pi s'occuper di me, fra tre giorni sar dimenticata la mia esistenza. Noi viviamo d'una vita a singhiozzi, giorno per giorno; il nostro potere non eccede le ventiquattr'ore; e guai quel d che trascuriamo o diventiamo incapaci di rotolar su il nostro uggioso sasso di Sisifo. Nel campo della vera letteratura noi non abbiamo la menoma autorit! Ogni giorno noi sottoscriviamo passaporti per l'immortalit a qualche imbecille cui ci consiglia di favorire l'interesse di partito o di consorteria, o il nostro privato; il buon gusto non riconosce il nostro commissariato di polizia critica, e chiude la porta della posterit sul naso ai nostri raccomandati. Ma Ella mi domander dove sia oggid questo campo della vera letteratura, ed io le risponder schiettamente che non l'ho veduto da nessuna parte. Appunto perch le nostre pubblicazioni meschine, pettegole, superficiali, barbaresche, hanno fatto il diluvio, l'arca, che forse salva per l'avvenire le buone lettere,  al di l della nostra vista da miopi. Mi domandi un impiego, e la mia protezione potr farglielo ottenere. Andr a parlare ad un ministro, a un deputato influente, a un segretario generale, all'amico di alcuni di questi personaggi, e la far mandare venditore di tabacchi, o ricevitore demaniale in qualche bugigattolo di paese colaggi; ma domandarmi un raggio di gloria! Tanto varrebbe pretendere che io staccassi una stella dalla vlta del cielo e gliela facessi aggiustare a spillone da cravatta. Io non so dove stia di casa madonna la Gloria; e lo sapessi ben anche, non ci ho entratura con essa; e dove le parlassi, siccome la non ha bisogno di nessun articolo in sostegno per far approvare una legge o per decidere di una elezione, e non ha paura di nessuna zaffata ostile che le faccia danno, mi manderebbe a carte quarantanove. Io non posso offrire a chicchessiasi altro che la troppo facile aureola della pubblicit da gazzettino, cui i nostri geni moderni dividono coi saltimbanchi, colle pomate per far crescere i capelli, coi pesci che cantano e cogl'inventori d'un nuovo clysopompe...
Arrest un domestico che passava.
Ehi, quel giovane, ancora una tazza di caff, se vi piace.
Cesare se ne allontan con impazienza.
Egli mi schernisce, pens. E il suo orgoglio non tard a suggerirgli che fors'anche ei aveva una invidia preventiva del suo talento.
Quando Cesare fu a trre commiato dalla signora Eugenia, questa gli disse graziosamente:
Non ci dimentichi affatto, signor Debaldi; sia in citt che in villa, mi far sempre una cortesia venendo a vedermi.
La notte di Cesare, dopo quella giornata fu tutta presa da un'insonnia in parte tormentosa, in parte dilettevole. Le sensazioni provate gli salivano ancora alla testa inebbrianti, miste ai vapori de' scelti vini bevuti. I sensi e la vanit facevano a gara nel destare le pi matte speranze alla sua giovent fino allora contenuta forse troppo. In mezzo a mille forme di seducenti chimere, vedeva la bellezza della Eugenia, incitamento, premio, diritto ai suoi meriti. Le scettiche parole di Arlotti non gli tornavano alla mente che per dare nuovo sprone alle temerit delle sue fantasticaggini ambiziose.
Far da me! Esclamava egli con un orgoglio che pareva a lui medesimo la coscienza del suo valore. Arriver colle sole mie forze, senza l'aiuto di nessuno. Mi sento da tanto!
Rivide Eugenia e pi volte, troppe volte! Ebbe d'allora vergogna della modestia de' suoi abiti e del viver suo: il fastidio dell'oscurit e della umilt delle sue condizioni, giunse in lui al supremo grado. Comparve ai teatri, alle conversazioni, alle feste: vest da elegante e visse da ricco. La sua bella figura gli fu valevole lettera di favore per essere accolto in ogni salotto. La smania delle vane distinzioni, delle sciocche preferenze sociali lo invase sempre pi. Voleva comparir primo in quella societ, dominare quel mondo.
Far tanto da arrivarci: diceva egli sempre fra s. Ma quella forza che parevagli avere immaginando, allorch poi trattavasi di applicarla al concreto, facevagli difetto. Le sue idee si svagavano e sfumavano; mille disegni e mille propositi si contraddicevano e combattevano nella sua mente: il suo ingegno, presto stracco di quello sterile lavoro, non sapeva appigliarsi ad alcun che di fisso, e rimandava sempre ad altra volta una risoluzione: e intanto faceva dei debiti.
...
.
...
Capitolo 7.
...
.
...
Mentre Cesare si faceva iniziare alla carriera dell'elegante dal sarto, dal parrucchiere e dagli usurai, cominciava ad inquietarsi de' fatti di lui il buon Giacomo Stefano Broeck, dai cui magri pranzi e sermoni morali il giovine s'era emancipato. Dopo quasi un mese che non l'aveva pi visto, Broeck determin di aprire una piccola parentesi nel continuo suo affaccendarsi, per correre al quartierotto di Cesare, mezzo timoroso qualche malanno non l'avesse colto, mezzo incollerito per vedersene cos trascurato, in fondo in fondo sospettando un po' della verit, cio che l sotto covasse una qualche follia di giovent. Il bravo svizzero era armato di sermoni a rivolta da non finir pi il fuoco della morale.
Rotol col suo trottino il suo ventre grosso sino alla viuzza in cui egli stesso aveva alloggiato il giovane: sal pi ratto che pot le otto branche di scala che dovevano guidarlo al quarto piano, e, giuntovi ansimante, di, senza pure un minuto secondo d'attesa, una grande strappata alla corda del campanello che pendeva allato ad un uscio. Venne la padrona medesima ad aprire.
Figuratevi come rimanesse il nostro buon Broeck, quando ud che Cesare da quindici giorni aveva abbandonato quel quartiere, che prima di codesto egli aveva cambiato tutte le primitive abitudini, non rientrando pi che dopo mezzanotte a casa, vestendo come un milord, ornandosi d'ogni sorta di ninnoli e gingilli alla moda. Broeck da rosso divenne pavonazzo; domand l'indirizzo del nuovo alloggio di Cesare, e siccome quella donna non glie lo seppe dire, egli, senza attender altro, corse via, vol gi delle scale, e quando fu nella strada, guard il grosso oriuolo di argento che teneva nel taschino del panciotto, assicurato ad una catenella d'acciaio appiccata per un gambo all'occhiello superiore del panciotto medesimo.
Gi cinque ore e un quarto: disse. La banca sar chiusa. Che io debba aspettare fino a domani per vederlo?
And a casa sua, sbuffando, tentennando il capo, gesticolando. La vecchia fante esclam, al vedere la faccia turbata:
Gran Dio! signor Broeck! Che cosa le  capitato?
Mi  capitato un fico secco, e non rompermi il capo, vecchia curiosa.
La serva cap che tirava un brutto vento ed azzitt, mentre il padrone, girando per la stanza col cappello in testa, brontolava seco stesso:
Gi, alle parole di Broeck non si d retta.  un vecchio imbecille che non sa quel che si dica. La giovent  tutta ad un modo. Far figura, darsi delle arie da principe, quando si  spiantati... Sciocconi!... Auf! Ho una rabbia addosso!... Non per lui, ch a me di lui me ne importa come delle prime scarpe che ho frustato... Ma gli  per suo padre; un galantuomo quello l... Spero ancora che non ci sia nulla di grave... Ma dove ha egli preso i denari? Ah, cospettaccio! Cospettone! Se mai fosse... che il diavolo mi porti, e lui prima, e tutta la baracca!
Si piant innanzi alla serva, che stava guardandolo sbalordita a bocca larga.
Ebbene? Che cosa fate l a contemplarmi, come se fossi il cavallo di bronzo che parlasse? Portatemi quel miserabile pranzo che m'avete fatto.
La fante corse in cucina. Broeck non la lasci arrivare al fornello, che, fattosi alla porta, le gridava:
Ehi, Menica, c' venuto per caso alcuno a cercare di me? Mi hanno portato nulla nulla?
Non c' venuto nessuno; rispose la serva, che si affrettava a mettere la minestra nella zuppiera; ma il fattorino della posta ha portato una lettera...
E non mi dite niente?
La non mi ha lasciato ancora parlare...
Non vi ho lasciato?... Corpo di bacco!...
Si calm di subito, e soggiunse tutto pacato:
Non avete torto. Dov' questa lettera?
L'ho messa sul suo tavolino da lavoro.
Va bene.... V'ho strappazzata forse a torto, Menica, eh? Che volete?... Ho un po' il parrucchino di traverso. E vada in compenso di quelle volte in cui avrei ragione di strapazzarvi e non lo faccio... Mettete, pure in tavola, che vengo subito.
Corse nella sua camera; si tolse il cappello che aveva ancora in testa, gli diede una lisciatina colla manica secondo suo uso, poi lo depose sul letto con precauzione; si tolse il soprabito che mise, ripiegato con cura vicino al cappello, e rimanendo cos in maniche di camicia, and a prendere la lettera sul suo tavolino. Appena gettatovi gli occhi su, riconobbe nella soprascritta la mano di Carlo Debaldi.
Gli  quel buon diavolo che scrive... Giusto a tempo! Vediamo un poco.
Ruppe il suggello, e lesse:
Preg. sig. G. S. Broeck,
Torino.
Padron mio stimatissimo,
Vengo con questa mia ad arrecarle nuovo disturbo per giunta a tutti quelli che la S. V. si pigli gi in causa nostra, confidando per nella tanta di lei gi sperimentata bont, che vorr perdonare all'inquietudine di un povero padre, che ha in un suo figliuolo e nella sorte di lui il pi vitale degl'interessi, come Lei, che  cos buono e che conosce le nostre condizioni, pu farsene una idea.
Ma senz'annoiarla di pi con preamboli, ecco di che si tratta.
Non avendo pi notizia alcuna dalla S. V. dopo l'ultima pregiatissima sua del due maggio ultimo scorso, e mio figlio Cesare da quindici giorni non avendomi neppure fatto saper nulla pi delle cose sue, io e mia moglie cominciavamo a stare in pena, bench l'altro mio figliuolo Emanuele e la mia figliuola Luisa e parimenti la mia cara nipote Fulvia trovassero ogni sorta di ragioni per ispiegarci il silenzio di Lei e di Cesare e metterci l'animo in pace.
Ma il fatto  che l'ultima volta in cui Cesare mi scrisse, con una confusa quantit di parole aveva finito per conchiudere che aveva avuto gran mestieri di fare certe spese indispensabili, e che gli mandassimo la somma almeno almeno di 500 lire senza cui egli non avrebbe potuto decorosamente continuare la sua strada. Io avevo trovato la richiesta un po' forte pei nostri mezzi, ma pure, pensando che ne andava dell'avvenire di quel figliuolo, non senza sacrifizi glie la mandai. Ora che cos' che apprendo? Che Cesare ha bens scritto di soppiatto al fratello ed alla cugina, ma di tali lettere che avevano l'uno e l'altra un grande imbarazzo a comunicarmene il contenuto. Emanuele, pi semplice, non seppe celarsi a lungo, e mi confess, che Cesare aveva nuovamente bisogno e subito subito d'una somma, che a Torino tutto  cos caro ch'egli trovasi in necessit di spendere molto di pi di quanto finora gli son venuto mandando (e Dio sa se non  tutto ci ch'io posso onestamente fare), e che per ci bisognava decidersi ad accrescergliene la mesata.
Noti che n l'uno n l'altra mi vollero poi lasciar vedere le lettere di Cesare coi miei propri occhi, onde io temo assai che non vi sia ancora di peggio. Ora Lei pu pensare se io non vorrei sottostare a qualunque sacrifizio per assicurare l'avvenire di mio figlio, e s'io non sarei disposto a tagliarmi le quattro vene piuttosto che lasciargli fare una cattiva figura: ma siccome, per aumentare ancora l'assegno a Cesare, bisogna davvero che io imponga maggiori privazioni alla famiglia, mi pare che io non possa farlo altrimenti che se una vera ed assoluta necessit vi esista; e stante che io di qua non posso giudicare convenientemente della cosa, ed ho pienissima fiducia nella prudenza, esperienza e somma bont nella S. V., io oso indirizzarmi a Lei, perch voglia degnarsi di far cost le mie veci, di esaminare cio la cosa, di vedere qual somma bisogni presentemente a mio figlio (e questa la prego a volergli anticipare, portandola a mio conto), e infine di voler determinare se proprio occorra un aumento nella mesata e quale questo abbia da essere, considerando le nostre ristrettezze.
E a questo riguardo oserei pregarla ancora di un altro favore. Gli  gi da un anno e pi che Cesare trovasi nella banca del signor Sgritti, e da quel che la S. V. m'ha scritto pi volte, e io ne son persuaso, conoscendo la capacit di mio figlio, deve aver mostrato chiaramente qual prezioso acquisto sia egli per quella banca; onde mi pare che non sarebbe n indiscrezione da parte nostra, n soverchia larghezza da quella del banchiere, se noi domandassimo ed egli concedesse a mio figlio uno stipendio, e Lei, pregiatissimo signor Broeck, pu essere giudice di quanto questo abbia ad essere. La pregherei dunque a compiacersi di parlargliene all'illustrissimo signor Sgritti, e spendere in pro di mio figlio un poco di quella sua cos valida protezione, a cui nulla si pu negare, e cos ottenere intanto che se Cesare non vale ancora ad aiutare la famiglia, che ha gi fatti tanti sacrifizi per lui; almeno non faccia ancora aumentare questi sacrifizi.
Domandandole nuovamente perdono, Le dico che non c' nulla di nuovo alla fabbrica. La prego di aggradire gli omaggi della mia famiglia, e mi dico
Della S. V. Pregiatiss.
Devotiss. Umiliss. Servo
Carlo Debaldi
Era la verit che Fulvia ed Emanuele non avevano detto tutto ci che si conteneva nelle lettere di Cesare.
Messo sulla via dello spendere, il giovane non aveva tardato a dar fondo a quel poco di denari che trovavasi avere. Da qualche nuovo conoscente incontrato in quella vita nuova, aveva presto imparato la facil arte dei debiti. Le cinquecento lire domandate al padre erano state un nonnulla. Il bisogno era sempre venuto crescendo. Scrisse al fratello ed alla cugina uno squarcio di desolazione. Diede a quegl'infelici una febbre di spavento da procurarne loro parecchie notti d'insonnia angosciosa. Si tenne un conciliabolo fra i due cugini, a cui fu ammessa anche Luisa, la quale era giunta oramai all'adolescenza e fu stimata degna di tanta fiducia. Le desolazioni di Cesare conchiudevano tutte in una sola domanda: denaro. I tre deliberanti decisero che bisognava mandargliene il pi e il pi presto che si potesse. Emanuele tir fuori quel poco di sparagno che aveva raggruzzolato dalle troppo modiche largizioni paterne, e sacrific il suo orologio d'argento, regalato dal signor Broeck; Fulvia e Luisa non avevano bisogno di altro incitamento per seguire l'esempio di Emanuele. Diedero tutte le poche monete che possedevano, e senza un sospiro di rimpianto furono immolati un paio d'orecchini per ciascheduna, e uno spillone d'alluminio che brillava sul loro petto soltanto nelle grandi occasioni.
Emanuele, di nascosto dai genitori, si rec da una specie di marciauolo che, cominciando dall'usuraio, faceva di tutto nel vicino villaggio, e raccomandatogli il silenzio, gli vendette quei pochi oggetti per un terzo del loro valore. Poi corse alla posta prese un vaglia in nome di Cesare, e glie lo sped tosto con la seguente lettera:
Per carit, non iscriverci mai pi quelle brutte cose e tanto meno pensarle! Se tu vedessi come le tue lettere ci hanno messo sossopra, non lo vorresti far pi, non fosse che per amor nostro. Fulvia, poveretta, fa compassione a vederla.
Ti mando quel poco che noi possiamo: noi, voglio dire Fulvia, Luisa ed io.  poco, ma  tutto quello che possiam fare. Ma ora parleremo a pap, ed egli far di pi, quantunque tu sai che pur troppo non ci ha una cassa di ferro in cui pescare come hanno i nostri principali.
Fulvia scrisse dal canto suo una lettera piena d'amore, di conforti e di lagrime. Il suo cuore, cos generosamente pietoso, vi si versava intiero, come quello di donna disposta a dar tutto di s, solo per consolare un istante l'uomo dell'amor suo. Offerte impossibili e sublimi, puerilit divine, entusiasmi di sacrificio. Voleva partire, correre da lui, farsi sua compagna, venirlo a consolare col dividerne ogni sciagura, ripararne la fronte dalle spine del dolore coi baci dell'amor suo, tutto avvolgerlo nella sua tenerezza.
Ma gli occhi rossi di Fulvia e i sospiri d'Emanuele e le arie sgomentate di Luisa non tardarono a mettere in sospetto il padre di Cesare. Interrog severamente i giovani, e seppe, quel tanto per cui si decise a scrivere al signor Broeck la lettera che abbiam visto.
...
.
...
Capitolo 8.
...
.
...
Il domani Giacomo Stefano Broeck, alla nove ore in punto, correva alla Banca del signor Sgritti, ed entratovi col suo solito impeto, non si arrestava che innanzi agli occhiali del buon Tioschi, i quali si alzavano a guardare chi fosse.
Debaldi non v'? Domand Broeck.
Ah! il signor Debaldi? rispose Tioschi dando un'occhiata alla scrivania, alla quale il giovane avrebbe dovuto sedere. No, non c'.  un'abitudine che ha preso di non esserci.
Bene! benone! Sapreste dirmi dove sia andato ad abitare quel furfante che il diavolo si porti!
Non ne so nulla.
E va benissimo. Avr da fare appiccare il cartellino della mancia a chi me lo trova. O forse che il signor Padule sar meglio informato.
In quella veniva fuori dall'uscio che metteva nella stanza di Padule e poi nel gabinetto del banchiere, il signor Sgritti medesimo con tutta l'imponenza del suo panciotto bianco, della sua grossa catena coi ciondoli d'oro, e dei suoi folti pizzi alle guancie tinti e ritinti.
Oh oh! Esclam egli col suo tono di padronanza. State bene? Ne ho piacere. Avete qualche affare da proporci? Padule non c', ma potrete tornare a parlargliene. Oppure potreste andare alla Borsa. Lo trovereste l di sicuro. Ci vado ancor io. Ho un certo affare che mi ci chiama. Volete venir meco? Ho qui fuori il legno che mi attende. S? Bene, venite.
Ci vado giusto assai volentieri, perch ho bisogno di dire anche a voi due parole.
A me? Se gli  per affari, gi sapete che fareste meglio di parlare a Padule. Io non ho che la direzione... l'alta direzione.
Bisogna assolutamente che ne dica qualche cosa anche a voi.
Come vi piace. Tioschi, badate che io vado alla Borsa. Dunque non ci sono. Avete capito? Caro Broeck, andiamo pure, e datemi notizie dei cotoni.
Lo prese con una famigliarit principesca ad un braccio e lo trasse con s. Alla porta v'era l'elegante legnetto che lo attendeva; vi salirono, e corsero col trotto serrato di due bei cavalli verso la Borsa. Broeck non perse tempo, e fece presso il signor Sgritti ci di cui lo aveva pregato il padre di Cesare: domand pel giovane uno stipendio.
Il banchiere si pose a giocherellare coi ciondoli appesi alla catena dell'orologio; gonfi le gote con aria d'importanza; toss, lisci la barba alle mascelle, poi rispose coi modi d'un ministro interpellato alla Camera, il quale non vuol compromettersi.
Caro Broeck, io non domando di meglio che contentarvi. Ma pensate voi che io mi occupi di codeste particolarit? Davvero, Broeck, lo pensate voi? Ne parleremo a Padule. Io, quel giovane, non so che cosa faccia o non faccia. Sapete voi dove lo vedo alcuna volta? Nel salotto di mia moglie. Ci capita di frequente; ha scritto per lei dei versi nell'album... che naturalmente non ho letti. Lo sapete che il signor Debaldi fa dei versi?
Broeck sussult sui cuscini della carrozza.
Dei versi?
Sicuro! E mia moglie dice che sono bellini. Io non me ne intendo; ma fossero anche bellissimi, vi pare che sarebbe una ragione per dargliene uno stipendio? Con quel giovane io ho parlato del teatro...  un frequentatore dell'opera, e mi pare che abbia buon gusto in quanto alle ballerine. Mi esaltava il merito della Ninetta con un entusiasmo!...
Ninetta! ballerine! teatro! versi! Esclamava Broeck al colmo della meraviglia. Che razza di storia  questa? Ors, intendiamoci un po' bene. Io, gli  di Cesare Debaldi che vi parlo.
Bravo! Credete voi che io vi risponda del Gran Turco? Non sono mica sordo, e vi capisco benissimo. Ma eccoci arrivati. Volete scendere e cercare di Padule?
Broeck aveva gi dato la risposta, gettandosi gi della carrozza e correndo colle sue gambette sotto l'atrio.
Non tardarono a trovare Padule, e ritrattisi tutti e tre in disparte, Broeck, colla sua vivacit amante della prestezza, ebbe in un momento posto in chiaro di che si trattava il primo commesso del signor Sgritti.
Vuole che io le parli schietto? Disse Padule.
Ne La prego.
Il signor Debaldi non ha disposizione alcuna per questa carriera, e farebbe assai meglio a lasciarla tosto. Il signor Sgritti pu fargli, colla generosit che gli  abituale, quell'assegnamento, che gli piaccia; ma quel giovane finora non  buono a guadagnarselo.
Il banchiere mise i pollici delle mani nelle taschino del panciotto e si pavoneggi leggiadramente al sentir parlare della sua generosit; poi per provarla subito coi fatti, disse a Broeck:
Voi l'udite! Sarebbe un gettar via il denaro. E mi credete voi capace di una simile follia? Andiamo, andiamo:  affar finito. Dite al giovane protetto che si renda abile a qualche cosa, e vedremo.
Un momento! Disse Broeck, il quale, pensando al povero padre, acquist la pazienza d'insistere. Quel giovane  stato forse un po' svagato, ma non si pu negare che ha un bel talento da dover riuscire in tutto ci che intraprende.
S, disse il signor Sgritti. Anche mia moglie me lo ha detto.
Padule sorrise malignamente.
Dunque, soggiungeva Broeck asciugandosi i sudori, egli far e far bene, solo che si applichi. Io gli parler di santa ragione, e vedrete che ne caveremo buon frutto. Oh! insomma, sapete che? Si tratta d'una povera famiglia, che per mantenere il signorino in questa citt, fa mille sacrifizi.
Ah! interruppe con malizia Padule: non si direbbe mai una cosa simile al vedere le arie di quel giovinotto. Ma se poi si tratta di fargli un'elemosina
Broeck gli tronc la parola con vivacit poco meno che risentita.
No, signore; non si tratta d'elemosina; si tratta di mettere quel giovane in grado di bastare a s stesso adoperando i talenti che possiede. N pi n meno. Cospettaccio! Crede Lei che Giacomo Stefano Broeck sia uomo da andare a chiedere l'elemosina per s o per altri?
Si calmi, disse Padule: io non ho voluto dir nulla di spiacevole a nessuno, e tanto meno a Lei. Per, veda, mi rincresce doverla disingannare sul conto di quel giovane, ma non posso a meno di assicurarle che nella nostra carriera, del signor Debaldi non se ne far mai niente. Egli ha molto talento... per far dei versi... lo so bene; ma gli manca la sodezza di proposito e l'attitudine riflessiva.
Eh storie! Acquister tutto ci colla buona volont e col tempo. Via, fatemi questo piacere. Corpo del diavolo, non ho mai dimandato nulla per nessuno; ebbene sia: vi domando una cosa che non  poi il palazzo reale da inghiottire. Dategli da lavorare... io gli parler... e se il birbante se ne tira fuori i piedi pulito, allora assegnategli un tanto al mese.
Sgritti toss, si freg il mento, fece ballare i ninnoli che gli pendevano colla catena sulla rotondit del ventre, e guard Padule per invitarlo tacitamente a far egli una risposta.
E questi la diede nel seguenti termini:
Sar fatto com'Ella vuole... se il signor Sgritti lo consente.
S, s, consento; pronunzi in modo solenne il banchiere col suo tono da plebeo che vuole atteggiarsi a gentiluomo. Sai bene, Padule, che ti lascio carta bianca... Carta bianca, caro Broeck! Io son fatto cos... spero che la faccenda sia finita. Siete contento Broeck? Dunque addio e a rivederci.
Ancora una parola, disse il fabbricante di cotoni. Sapreste dirmi dove abita quel giovane?
Debaldi! Poffare! Se nol sapete voi, chi l'ha da sapere? Lo sai tu, Padule?
Io no.
Aspettate; forse mia moglie.
Padule torn a fare il malizioso e malvagio ghigno di poco prima.
Ora che ci penso! Continuava il banchiere. V' un luogo dove potrete trovarlo di sicuro all'ora della passeggiata elegante
Dove?
In sulla cantonata dei portici al caff Fiorio.
Va bene, vi ringrazio tuttedue, e vi lascio con quest'accordo. Dategli da lavorare. Se poi non vorr o non sapr, allora, cospettaccio! provvederemo.
Quel giorno medesimo i portici di Po videro una cosa inusitata; il trotto frettoloso delle gambe corte del signor Broeck dirigersi nell'ora di maggior concorso verso il convegno di tutti i pretendenti all'eleganza, la cantonata del caff Fiorio...
Nel momento in cui l'onesto fabbricante di cotoni vi arrivava, Cesare con un compagno stava per salire in una carrozza da nolo, al cocchiere della quale diceva con accento di comando:
Via Borgo Nuovo, num. 
Ma mentre, posto il pi sinistro sul predellino, stava per lanciarsi seduto sui cuscini della carrozza, dove gi si era sdraiato il compagno, Cesare si sent arrestare ad un braccio. Si volse e vide la faccia di Broeck pi sudata e pi pavonazza del solito. Mand un'esclamazione, e rimase di stucco.
Ho bisogno di parlarti: disse il fabbricante di cotoni con una certa imperiosit.
Per ora non posso: rispose impacciato e confuso il giovine. Ho premura.
Ed anch'io ho premura di dirti ci che ti viene.
Gli  che...
Gli  che niente affatto. Dammi l'indirizzo del tuo alloggio ed aspettami alle cinque senza fallo.
Cesare gli diede l'indirizzo e, lasciato libero da Broeck, f cenno al cocchiere di partire.
Chi  quel buon uomo? Domand il compagno a Cesare.
 un commerciante che ha dei conti da rendermi.
Il luogo verso cui correva la cittadina era l'alloggio d'una donna dalle camelie alla moda.
Alle cinque in punto Broeck, tirava il bottone del campanello all'elegante quartieretto di Cesare negli ammezzati d'una delle pi belle case di recente costruzione.
Il giovane, che lo aspettava non senza trepidanza, venne ad aprirgli egli stesso, mal tentando nascondere una certa confusione. Broeck entr senza salutare, col cappello in testa, e percorse tutto il quartieretto, guardando ogni cosa con aria tra stupita e beffarda; poi si piant in faccia a Cesare che lo aveva seguitato senza sapere che cosa dirgli, e levandosi il cappello in un saluto ironico, incominci:
L'illustrissimo signor Cesare Debaldi vorrebbe dirmi dove ha trovato tutti i denari che ci vollero per pagare le belle vestimenta che le vedo addosso, le belle cose che vedo qui intorno, la bella vita che so che Lei fa? Sotto qual sasso ha Ella trovato il suo bravo milionetto? O qual segreto ha inventato per fabbricare dell'oro?
Signor Broeck, disse Cesare un po' raumiliato, un po' impermalito.
Signor Broeck un corno! Proruppe l'irascibile brav'uomo.  questo il modo di trattare? Dove hai il cervello, sciagurataccio? Dove il cuore? Tu alla tua famiglia, che ha il pane misurato, scrivi perch si tolga il necessario di bocca per mantenerti questo lusso vergognoso e quest'ozio vergognosissimo... S, signore, questa  una vergogna, una vergognaccia... Ors, se tu pensi che io ti lasci continuare di questo bel treno, la sbagli di grosso. Alla Banca non ci si va... Bene!... Lavorare non ci si pensa... Benone!... Ma ci piace fare il damerino... Arcibenone!... E si tiran gi debiti e si rovina la propria famiglia... poco di buono che sei, e non altro.
Signor Broeck! grid corrucciato Cesare.
Che non sei altro! Ripet con maggior forza lo Svizzero. Oh! vorresti fare il bulo con me, adesso, sbarazzino, che meriteresti le sculacciate. Cospettone! Cospettaccio! Non so che mi tenga dal dirti il fatto tuo con ben altra musica.
Fece due o tre giri per la stanza come per far dar gi il sangue; poi riprese con accento d'autorit che non ammetteva contrasto:
Voi andrete alla Banca domani, e ci avrete lavoro, e guarderete di fare il meglio che vi sar possibile.
Ma...
Nessun ma...
Ascolti.
Non ascolto nulla. Se non avete volont o capacit di fare, sapete che? vi prendo, vi imbarco in un carrozzone della ferrata, e vi spedisco, franco di porto, a vostro padre. Avete capito? E lo faccio com' vero Iddio. Ora a noi. Ho commissione di pagarvi i debiti. A quanto ammontano essi?
Cesare esit un poco, e poi disse una cifra che era inferiore alla vera. Pur tuttavia Broeck se ne spavent.
Cospettaccio! Con quella somma la vostra famiglia vive per degli anni... Vostro padre mi ha scritto di pagare, e pagher... Ma badate che voi avete consumato il guadagno di vostro padre chi sa per quanto tempo avvenire. Dunque, se avete un po' di coscienza, maggiore l'obbligo di risarcir la famiglia col vostro lavoro Domani mattina passer alla Banca a vedere se ci sei andato... E se no, guai a te!... non dico altro, guai a te!
S'avvi per partire, ma quando era gi mezzo fuori dell'uscio si ferm e torn indietro di qualche passo.
Ahi! dimenticavo una cosa. Questo quartiere tu lo affitti ammobigliato, mese per mese?
S.
Bene. Da questa sera tu prendi commiato dal padrone, domani si appicca qui sotto l'appigionasi, e dopo dimani tu torni a dozzina l dove ti avevo allogato e dove v' sempre la tua stanza che ti aspetta.
Questo poi...
Questo  quello ch'io voglio e che tu farai.
Ed usc senz'aspettare altra risposta.
Quando non ebbe pi la soggezione della presenza di quell'uomo, che fin da ragazzo si era avvezzo a considerare come superiore, Cesare si ribell contro quella che gli parve una tirannia bella e buona. Pens di scrivere senz'altro a suo padre ch'egli non voleva pi saperne dell'arida carriera assegnatagli; ma gliene venne meno l'ardire; e il domani un po' mogio compariva alla Banca, dove Padule lo accoglieva con un contegno tra altezzoso e beffardo, fatto apposta per ispirare al giovane il rincrescimento d'esserci venuto.
Jeri, cos disse il signor primo commesso; quel buon diavolo di Broeck  venuto qui a raccomandarla cotanto che il principale si  deciso di assegnarle anche uno stipendio, quando Ella si dimostri capace di qualche cosa...
Signore! esclam Cesare gi mezzo impermalito. E quell'altro continuava come non accorgendosi di nulla:
Veramente non si avrebbe mestieri d'un nuovo commesso punto punto; ma Broeck avendoci fatto capire che trattavasi di venire in soccorso ad una povera famiglia, la quale non ha i mezzi di mantener pi oltre Lei a Torino, il signor Sgritti che  generosissimo...
Signor Padule! interruppe con forza Cesare, il quale al sentire accennata la povert delle sue fortune era arrossito sino sulla fronte. Qualunque sieno le condizioni mie e della mia famiglia, io non sono tale da accettare soccorsi da nessuno.
I due rivali, che ormai cos potevano chiamarsi, stavano a fronte guardandosi fieramente, e chi sa quali parole e risoluzioni per l'una parte e per l'altra sarebbero susseguite quando l'uscio si apr con impeto, ed entr precipitoso a modo suo il buon Broeck, il quale, per interesse al signor Carlo, trovava modo di rubare alle sue numerose faccende tanto tempo da impiegare a vantaggio di Cesare.
Ah! sei qui, giovinotto! Meno male! Ecco un primo pregio: l'esattezza. Il signor Padule ti ha gi detto ci di cui gli  caso?
Padule fece un segno affermativo.
Va benissimo. Non dubito punto che sosterrai bravamente la prova, e mostrerai che non vali solamente nell'arte di metterti la cravatta.
L'intervento del bravo Svizzero imped lo scoppio delle ostilit. Padule diede un certo lavoro a Cesare, e questi recossi alla sua scrivania per isbrigarsene di presente. Ma il disgraziato non tard ad accorgersi che quello non era davvero pane pei suoi denti. Nelle complicazioni della cifre si smarriva la sua mente inavvezza al lavoro; sentiva farsi la notte nel suo cervello, e non capiva pi niente. Acciarp come la gli venne, ed and a presentare a Padule un pasticcio senza senso comune.
Il signor primo commesso non ebbe ad offendere la verit il meno del mondo per dimostrare al principale che il raccomandato di Broeck era un buon da nulla. Questa crudele sentenza fu comunicata a Cesare dal signor Padule coi termini i meglio acconci a ferirne la permalosa suscettivit. Il giovane dichiar essere suo proposito gi da tempo abbandonare quella carriera, ed usc dalla Banca per non metterci i piedi mai pi.
Il domani Cesare era ancora a letto, quando, la serva avendo aperto l'uscio dietro, una violenta scampanellata, gli entr in istanza Broeck pi rosso, pi sudato e pi impetuoso del solito.
Eccolo l! Esclam egli senza dar tempo al giovane di mandar pure una voce. Il milionario si crogiola nel letto sino all'alba dei tafani. E va benissimo!... Animo! Gi di l, poltrone senza vergogna! Ora qui si ha da discorrere sul serio pi che mai.
Cesare s'affrett a vestirsi, mentre Broeck passeggiava concitato per tutte le camere del quartieretto, bestemmiando fra i denti.
A noi, dunque, disse poscia, quando il giovane fu in assetto, piantandoglisi innanzi. So tutto! Per prima virt siete un mentitore, che  uno de' pi sconci difetti che possa avere un uomo. Non mi avete detto manco la met de' vostri debiti. Ma appena tra gli onorati mezzani ed usurai onde vi siete lasciato pelare,  corsa voce che io avrei pagato, quel fior di gente che il diavolo faccia appiccar tutti per la gola,  venuta di galoppo a veder che colore avevano le mie monete. Oh non basta. Pieno di superbia, non siete buon da nulla. Vi siete fatto mandar via dalla Banca.
Sono io che me ne sono ritratto.
S, carino, quando vi ebbero gettato sulla mutria che non sapevano che cosa farsi di voi. Or bene? Siete senza denaro e senza stato e ingolfato nei debiti fin sopra i capelli; sentiamo un po' che cosa volete fare?
Cesare parl delle sue speranze letterarie. Gli si concedesse un po' di tempo: avrebbe compensato di tutto la sua famiglia e illustratala per giunta.
Il fabbricante di cotoni lo ascoltava con tanto d'occhi a bocca larga.
Ma queste sono pazzie: proruppe egli alla fine. Io non ho vissuto sinora nella Lapponia, per non sapere quali magri compensi abbia la letteratura per chi vi si consacra. Oh! non  coi versi che pagherete i vostri debiti. A stare a Torino per belar delle strofe non farete che mandar sempre pi alla rovina la vostra famiglia. Voi qui non potete avere un mestiere che vi ci faccia vivere, e ci avete preso le pi perniciose abitudini del mondo. Dunque via. Capite l'antifona? Vi ho detto l'altro jeri che vi preparaste a sloggiare da queste belle sale per tornare nella vostra prima cameretta del quarto piano, signorino mio; il viaggio che ora son qui a sollecitarvi di fare sar pi lungo. Dopo mezzod vengo a prendervi e per la ferrata vi conduco io stesso al paese dove ho giusto da recarmi per affari della fabbrica...
Signore...
Avete precisamente il tempo di fare le vostre valigie.
E s'io non voglio partire?
Se lei non vuole?
S.
Mio caro, tu non conosci ancora bene Giacomo Broeck. Egli, mio bell'amorino,  capace di pigliarti dolcemente pel bavaro e di portarti via a forza.
Per Dio!
Per Dio e pel diavolo, la  cos... Ah! vorresti fare il bell'umore forse?
Lei, infine, non  mio padre, non  nulla per me.
Ah no?... Io non sono tuo padre, questa  una verit sacrosanta; ma sapete che, mio bel signorino? Io rappresento qui tuo padre che in me si  affidato, e siccome mi sono preso la briga di vegliare su questo buon arnese, voglio restituirlo alla famiglia prima che non sia tutto bacato, come, se rimane qui ancora, non potr mancar d'avvenire. L'avete capito il latino? Ah! io non sono nulla per voi? Cospettone! Cospettaccio! Se non sono nulla per te, sono qualche cosa per tuo padre, e m'interesso alla tua famiglia. Chi ha trovato il povero Carlo Debaldi alla disperazione con tre bambini sulle braccia senza sapere come dar loro da mangiare? Chi, eh? Giacomo. Chi gli ha fornito i mezzi d'allevare i figliuoli e di provvedere alle cose sue? Stefano. Quei quattro incisi che hai imparato in collegio, di cui vai s superbo, e che ora m'avvedo che non ti serviranno a niente, in grazia di chi li hai potuti mettere nella testaccia, eh? In grazia di Broeck. Li conosci tu questi tre: Giacomo Stefano Broeck?... Oh! non dico mica codesto per vantarmi o farne un rimprovero, Dio me ne guardi, ch sarei stupido ed ingiusto. Carlo  un tocco di brav'uomo che merita tutto e che darebbe col suo lavoro compenso ad ogni beneficio; ma lo dico perch vossignoria capisca che qualche cosa io sono pur pure per Lei, e che, se non  a tuo riguardo, capo d'assiuolo, ch'io metto il becco in questa faccenda, gli  per la tua famiglia, cui non voglio veder rovinata da uno scapataccio senza cervello, e che quindi pretendo d'essere obbedito. Ho scritto a tuo padre tutta la verit: e a quest'ora ti aspettano. Tu rinunzia a tutti i grilli, ci rinunziano anche i tuoi, che sulle tue belle e fallaci promesse avevano fabbricato i loro castelli d'aria; e farai col alla fabbrica quello che ci fa tuo fratello Emanuele, il quale, senza far dei versi, compie benissimo ai suoi doveri.
Voglio prima scrivere ancor io a mio padre.
Niente affatto. Una lettera basta... la mia. Alle corte. Sai tu trovarti modo di mantenerti qui senza ricevere pi un soldo da nessuno? S? Ebbene, stacci a tuo talento allora.
Cesare curv il capo e non rispose.
No? In tal caso, marche in strada ferrata, e via alle aure sane del villaggio e della fabbrica.
Il giovane non ebbe pi mezzo a difendersi. Bench pensasse ricalcitrare, bench gli fosse amarissimo rassegnarsi a tornare coll'onta d'una simile sconfitta in seno alla famiglia, non valse a resistere all'ascendente di Broeck, allo spavento che sorse nella sua anima essenzialmente fiacca, per l'idea di dover vivere e bastare a s da solo. Cedette, ma irritato, arrabbiato, vergognoso, mettendo in colpa di quella sua disgrazia tutti gli altri piuttosto che s stesso. Come rientr cambiato in quella casa da cui era partito poco pi d'un anno prima pieno di tante speranze! Il suo umore ne era guasto del tutto; il suo orgoglio era diventato un livore. L'addio della partenza cos pieno di lagrime era stato un'allegria appetto al taciturno ed impaccioso contegno del ritorno.
...
.
...
Capitolo 9.
...
.
...
Il buon Carlo Debaldi alla lettera di Broeck era cascato dalle nuvole. A questa strepitosa caduta la sua beata illusione sul conto del figliuolo n'era andata in frantumi. Pensate quanto ne dovesse soffrire l'anima sua! Cesare chiarito un dappoco, sciupando la sua giovent, e i denari che non aveva in bagordi e scioperataggini! Era il mondo alla rovescia. Non l'avrebbe creduto mai a niun patto se a scrivergliene non fosse stato Broeck, il quale Carlo troppo sapeva incapace di dire cosa che non fosse verit assoluta e incapace di lasciarsi ingannare da' rapporti d'altrui, suo primo impulso fu di essere verso Cesare pi che severo, di fargli sentire tutti i torti della sua condotta, tutto il peso della meritata collera paterna. Ma quando il giovane arriv aveva l'aspetto cos triste, infelice e mortificato! La sua bellezza impallidita, ricordava al cuore paterno tante dolci e soavi emozioni di quell'affetto sconfinato che in quel figliuolo aveva riposto, e che ora alla presenza di lui si ridestava in tutto il suo vigore! La madre pi debole da non resistere all'interno impulso del cuore, la quale non aveva nemmanco accolto tanto sdegno come non provato tanto dolore per le follie del figliuolo; la madre non sent che la gioia del rivederlo e l'ineffabile soddisfazione di riabbracciarlo e di riaverlo seco qual prima; si gett nelle braccia di Cesare con un'espressione d'amore inesprimibile, bagnandone il volto di dolcissime lagrime. E piangevano di gioia anche il buon Emanuele, e la sorella Luisa. Non parlo di Fulvia la cui profonda emozione le faceva passar sulle guance avvicendati rossore e pallore! Tutto fu perdonato, se non obliato; e si riprese da capo la vita d'un tempo.
Broeck consigli a Carlo di far lavorare Cesare al pari di Emanuele nella fabbrica e di non cercar altro; ma la vanit del giovane non era fatta per piegarsi a s umili sorti. Rimase l senza far nulla; il padre non sapendo o non osando comandargli n suggerirgli nulla; e un impaccio incombendo gravoso ed uggioso su tutti i rapporti della famiglia.
Cesare aveva portato seco un'uggia da non dirsi. Il suo pensiero correva sempre a quelle delizie del mondo da cui, gustatele appena, era stato sceverato e che, per ci appunto, parevangli la felicit. Si credeva in buona fede una vittima della tirannia della famiglia. La povera Fulvia, che lo amava pur sempre quel medesimo, e fors'anco pi vedendolo infelice, sentiva ripercossi nella sua bell'anima innamorata ogni dolore, ogni contrariet, ogni mestizia di Cesare, il quale si consumava sbadigliando in un ozio infingardo. Emanuele giunse finalmente ad accorgersi di una cosa, la quale per lui essendo un fierissimo dolore, riusc a fargli veder chiaro entro s, e ad amareggiargli pi che dir si possa la vita: s'accorse che Fulvia amava Cesare, e che egli, Emanuele, amava disperatamente la Fulvia.
Fino a quel punto il bravo figliuolo non aveva ancora letto nell'anima sua. Che per lui supremo bene fosse vedersi innanzi l'occhio sereno della ragazza, che a lei sempre corresse il suo pensiero, ed ogni atto della sua vita avesse egli da coordinare e sottomettere al bene, alla volont, all'essere di Fulvia, era a suo avviso la cosa pi naturale del mondo, in cui non v'era da star filosofando per cercarne un perch.
Ma dopo il ritorno di Cesare, Fulvia erasi cambiata dal bianco al nero. Sul suo bel visino era ora la mestizia, quasi lo scoraggiamento; ed Emanuele si domandava dolorando qual'era la cagione del soffrire di lei. Il buon giovane non era d'ingegno abbastanza acuto per isciogliere da s tale quesito: gli venne in soccorso il caso.
Fulvia piacevasi sempre di quel certo banco in fondo al giardino, presso cui bisbigliava il rigagnolo; l era la miglior parte della sua govinezza; l si recava sovente, sola pur troppo, a ripensare i giuramenti di Cesare. Un giorno questi sopraggiunse. La meravigliosa bellezza della sera aveva disposto a pi affettuosi sensi l'animo intristito del giovane. Nel vederselo comparire innanzi a quella mite luce crepuscolare, Fulvia, con un grido di gioia, fu d'un salto appesa al collo di lui, allacciandolo soavemente colle sue belle braccia, ponendogli sotto le labbra la sua candida fronte. Anche per Cesare in quell'istante, fu come se rivivesse quella tal sera di trasporto in cui s'erano ricambiate s ardenti effusioni e s solenni promesse. Un'onda del passato gli venne al cuore ed al cervello a fargli provar di nuovo quel dilettoso sentimento d'allora; il suo egoismo se ne trov bene, e fu disposto ad un tratto alla tenerezza. Abbracci strettamente la fanciulla, la baci con passione, e sospir con accento pieno d'amore:
Fulvia!
Essa palpitava in una emozione piena di gioia. Quella sola parola di Cesare, la voce di lui le avevano detto le mille cose, avevanle riconfermato tutta la ventura della pi bella sera della sua vita. Ella ritrovava finalmente il suo amante! Era passata una scura nube sopra il sereno del cielo; ora eccola dileguatasi di subito, e brillar di nuovo il sole.
Cesare, diss'ella con carissimo abbandono, corrispondendo agli amplessi ed ai baci di lui; t'amo sempre io, e pi ancora di prima se ci fosse possibile... Ma tu mi hai spaventata cotanto! Lo crederai tu? Oh perdonamelo. Ho temuto che tu pi non mi amassi.
Il giovane non aveva che un argomento a provare insussistenti le paure di Fulvia, ma un argomento efficacissimo: i suoi baci sempre pi caldi. Poi soggiunse che la infelicit della sua vita riagiva funestamente sullo stato dell'anima sua. Non poteva a niun modo superare il troppo giusto e il troppo forte rammarico della sua esistenza in sul bel principio infranta; s essere al tormento, stretto nelle piccolezze di quella vita inutile poco pi che vegetativa; la sua intelligenza soffrire mortali ambascie nella vergognosa operazione di atrofiarsi in mezzo alle stupide volgarit di un ambiente fatto per gli inetti e pei dappoco. Sentirsi non che l'ingegno, ma corrodersi e venirgli mancando la vita.
Ne disse parecchie di siffatte cose a modo suo, cui la ignara fanciulla non aveva ancora imparato a discredere, cui la poverina ascoltava con ansia, con ispavento, con groppo di lagrime alla gola.
No, no Cesare, proruppe ella quando il giovane si fu taciuto pigliando una mossa da eroe di romanzo. No, tu non vedrai estinguertisi la vita, tu non fallirai al tuo destino. Non sai tu che io darei il mio sangue per te? E non vuoi che io dia lieta le mie poche fortune?
Come? esclam Cesare, che non cap di subito che cosa volesse significare la generosa fanciulla.
Se tu avessi in tua balia una somma, un capitale, come dice lo zio, che cosa faresti?
Tornerei a Torino, andrei a Milano se pi mi tornasse, a Firenze se occorre. Pochi anni, due, uno soltanto che io ci potessi stare, e proverei a tutti ci ch'io valgo. Oh come vorrei confondere chi mi ha disconosciuto, abbagliare coloro che mi hanno disprezzato!... Vedresti, Fulvia, vedresti!...
Vedr per sicuro, ella riprese mestamente sorridendo, quantunque l'egoismo dell'amor mio si soddisferebbe assai pi nell'averti qui, separati dal mondo noi due, nell'averti io tutto e da sola... Ma non la mia felicit  il principale, s la tua. Or bene, tu andrai a Torino...
Io! che di' tu? Come lo potr? Interrog Cesare alzandosi da sedere con ansia irrequieta.
Tu hai trenta mila lire in tua balia.
Fulvia! tu vuoi burlarti di me.
No, no. Mi diceva ancora questa mattina lo zio che la mia sostanza ammonta alla somma che ti ho detto.
Ah! la tua?...
Ebbene? Quello che  mio non deve esser tuo altres?
Cesare prese le mani della fanciulla e glie le strinse forte fra le sue che tremavano.
Fulvia, diss'egli, queste sono parole, per cui prego Dio di benedirti ma non possono essere che parole.
Perch? Domand ella con molto calore.
Perch n tu devi farlo, n io posso n voglio acconsentirvi.
Per qual ragione? Oseresti rifiutare? Perch? Parlerebbe pi forte al tuo cuore la voce d'un ingiusto orgoglio che quella del mio amore? Non sai che ti ho donato tutto tutto di me, e non hai accettato tutto, tu, amandomi?
Cesare scuoteva il capo, ma gi sulle sue sembianze compariva un'irrisolutezza che lo annunziava prossimo a cedere.
No, no... Spogliarti, io!...
Spogliarmi?... Ah Cesare tu, non m'ami!
Fulvia!
Quelle sostanze non sarebbero esse affatto tue?... Sarebbero quelle di tua moglie...
E suffusa di caro rossore, ella cadeva sopra il petto di lui.
In quella un'ombra compariva davanti ai giovani stretti in cos amoroso amplesso. Era Emanuele, del quale agli occhi degli amanti nascondevano la subita pallidezza le tenebre della sera sopravvenuta.
Emanuele aveva udito le parole tua moglie, e vedeva l'abbandono di quell'abbraccio. Sent uno schianto di cuore, che in un attimo gli fece veder chiaro in s stesso. Egli amava supremamente Fulvia! Le sensazioni del poveretto a quel punto furono s varie e molteplici e complesse che Emanuele stette l come sbalordito, pi confuso egli di aver cos sorpresi gli amanti che questi d'essere stati interrotti.
Cesare e Fulvia si disgiunsero vivamente e rimasero un momento in silenzio tutti tre con un impaccio poco meno che penoso. Poscia la fanciulla, rialzando la sua bella testa con nobile franchezza, si riaccost a Cesare e glie ne prese una mano.
Il nostro buon fratello, disse con carissimo accento di semplicit e d'affetto,  il pi degno di entrare a parte del nostro segreto e di accogliere la confidenza della nostra felicit.
E volgendosi ad Emanuele soggiunse con ingenua franchezza:
Cesare ed io ci amiamo ed abbiamo vincolata a quest'amore tutta la nostra esistenza.
Emanuele volle rispondere alcun che, ma non ci valse. La lingua non poteva girargli in bocca, la voce non passava per la gola serrata come da un singhiozzo. Avrebbe voluto fuggire di presente da quel luogo, per non udir pi di quelle parole che gli straziavano l'anima, per non veder pi quello spettacolo che gli feriva il cuore. Non os. Che cosa avrebbero pensato? Forse avrebbero indovinato il suo segreto. Oh mai! Si fece forza ed arriv a pronunziare balbettando con un penoso impaccio che gli facea spuntare il sudore sulla fronte:
Mi fa piacere... cio... mi rallegro... Ma che cosa dir il babbo?
Fo conto di svelargli tutto io stessa, disse Fulvia.
Emanuele curv il capo e seguit taciturno i passi del fratello e della cugina che s'avviavano verso casa.
L'allegria del povero Emanuele fu morta e sepolta da quella sera. Il buon giovane non ebbe pure un istante d'amarezza n contro Cesare, n contro Fulvia. Non accus nessuno, neppure la sorte: non diede torto che a s. Che Cesare e Fulvia si amassero gli parve la pi natural cosa del mondo, era sua stupidaggine il non averlo indovinato, il non averci mai pensato prima. Che cosa era egli per osare di levar l'amor suo su quella virtuosa e tanta bellezza? Cesare s aveva tutti i meriti. Si amavano, sarebbero felici. Egli, Emanuele, ci avea guadagnato una gran mala voglia di tutto; e neppure il lavoro non gli dava pi piacere.
Fulvia intanto, rivelato tutto allo zio, avevagli chiesto di poter disporre in pro di Cesare della sua sostanza. L'onesto sig. Carlo aveva ricisamente rifiutato.
Che? aveva ella detto. Non posso io far quanto m'aggrada delle cosa mie?
No, finch sei minorenne, ed io tuo tutore debbo disporne. Quando ti avr reso i conti della mia amministrazione, potr sconsigliarti dal fare una follia, ma non pi impedirtela.
Fulvia corse da Cesare.
Abbi pazienza ancora un anno, gli disse. Quando sar maggiore d'et, potr disporre a modo mio della mia persona e delle mie sostanze.
L'egoismo di Cesare si sdegn contro l'assennata prudenza cui dettava al padre lo stesso dover suo. Fulvia dovette ella medesima difendere innanzi a lui la ferma decisione dello zio. Il povero padre soffriva dei contegni dell'ingrato figliuolo, ne soffriva anche la madre; ma siccome lo amavano pur sempre immensamente, gli perdonavano tutto. Strano a dirsi! Dei dispiaceri, delle contrariet cui loro procurava Cesare, pareva che i genitori volessero farne imputabile e punirne il buon Emanuele col quale erano diventati aspri e impazientemente collerici nel trattare, come non erano stati mai. Figuratevi se questo conferisse a mitigare al povero giovane il dolore dell'interna piaga che lo rodeva!
Fulvia quel tempo lungo per essa d'aspettazione, pens far volgere a profitto della futura gloria e grandezza di Cesare; lo sollecit a lavorare cos bene, che il giovane vi si accinse con tutte le apparenze dell'ardore e della volont. Ma che cosa fare non sapeva. Pens un poema e ne cominci la composizione con versi gonfi come otri e sonori come timballi: ma a capo di poche pagine la sua ispirazione aveva gi perduta la lena e si trascinava stentata sulla falsa riga dell'ottava. Si disse che il poema era una forma vieta da cui ripugnava l'epoca presente, e si decise per un dramma, di cui di botto schiccher i versi sciolti per parecchie scene. Fulvia aiutava coi consigli del suo buon senso e colle osservazioni improntate al suo gusto femminile e incoraggiava coi suoi encomi questi tentativi, che il cieco amore le faceva ammirare di buona fede. Per tutta la famiglia, col solo fatto del suo sconclusionato lavoro, Cesare era passato grand'uomo; mancava solamente che il mondo lo proclamasse tale, la qual cosa certo si sarebbe affrettato di fare alla prima occasione.
Intanto il tempo, colla sua solita inesorabilit uguale per chi lo vorrebbe pi lento come per chi lo desidererebbe pi sollecito, il tempo passava lungo per l'impazienza di Cesare, per l'amore di Fulvia, pel tormento di Emanuele, ma passava cos bene che l'anno era ito oramai. Un bel giorno arriva alla fabbrica il signor Broeck con aria affaccendata pi del solito. Certi affari commerciali che aveva con una casa di Germania richiedevano la sua presenza col e la sua dimora fino alla risoluzione d'ogni interesse con quella, il che potrebbe durare forse solamente dei mesi, e potrebbe anche degli anni. La condotta delle cose qui la abbandonava intanto tutta al socio Vannetti: e desiderava menarsi seco una specie di segretario pel quale di sicuro sarebbe stata l'occasione di imparar molto, e forse sarebbe nata anco quella di far fortuna. Veniva ad offrire a Cesare in codesto il modo di pigliare la rivincita del primo fallito tentativo.
Cesare aveva altri proposti e altre speranze prossime ad effettuarsi; poco d'altronde gli arrideva il pensiero della vita in comune con Broeck e d'una certa dipendenza da quell'uomo rozzamente franco; con gran dispiacere del padre il giovane rifiut senza una menoma esitazione. Lo svizzero stava per partirsi a cercare altrove il giovane che gli abbisognava, quando si fece innanzi Emanuele a proferire con timida peritanza s stesso.
Tu! esclam Broeck. E perch no? Sei di buona voglia, attento, operoso, ubbidiente... Qua la mano: ti accetto, e cospettaccio! starai prova tu, che non gli  un danno fare a modo di questo brontolone di Broeck.
Carlo acconsent senza troppa difficolt alla partenza del suo figliuolo maggiore; e pochi giorni dopo Broeck ed Emanuele s'avviavano per la Germania. Erano allontanati i due buoni genii della famiglia Debaldi.
...
.
...
Capitolo 10.
...
.
...
Fulvia l'aveva voluto ad ogni costo. Giunta la sua maggiore et il tutore, a dispetto di ogni protesta di fiducia pienissima della ragazza, avea fino all'ultima cifra resole scrupoloso conto della sua gestione, avendo sborsato sino all'ultimo centesimo l'ammontare della sostanza che le apparteneva, e questa, la giovane, insieme col suo destino aveva posto, nelle mani di Cesare dicendogli: Fa di me e delle cose mie quello che pi ti talenta.
Gli sposi erano partiti per Torino, dove in un elegante quartieretto avevano incominciato a rosicchiare le trenta mila lire di Fulvia fra le tenerezze della luna di miele, i buoni propositi di Cesare, e le illusioni della inesperienza.
Quanto al dolore del padre e della madre di Cesare, specialmente di quest'ultima al distacco del figliuolo loro prediletto, pensatelo voi. Ogni loro speranza era cos delusa, ma lo amavano troppo, quel figliuolo, per pensare soltanto a mettere il menomo ostacolo a quella che pareva sua felicit. Benedissero la nuova coppia e rimasero soli con Luigia nella loro casa che sembr loro fatta deserta.
I buoni propositi di Cesare erano molti. Avrebbe lavorato e procurato colla felicit anche la ricchezza a quell'adorabile creatura che tanto faceva per lui. La gioia dei primi trasporti del possedimento avevano dato al suo affetto per Fulvia la sembianza di un'ardenza d'amore. I successi che otteneva nel mondo la graziosa bellezza di sua moglie lusingavano d'assai la sua vanit di marito. La giovine donna, essa, amava daddovero, non iscrutava per entro al sentimento dello sposo e prendeva le espansioni di lui come buona moneta di amore.
Spendevano troppo pi di quanto consentissero le sottili fortune, e scontavano, consumando il magro capitale, le grosse speranze dell'avvenire. Cesare pei diletti sociali aveva da saziare una lunga fame irritata dal digiuno che aveva tramezzato dopo il primo assaggio di essi. Dicevasi, come scusa legittima, che voleva far gustare alla diletta sposa tutte le gioie della vita. Ella avrebbe amato meglio il silenzio della pace domestica, ma il desiderio di Cesare era legge per lei. E poi che cosa sapeva ella del mondo? Quel tramestio, quell'abbagliamento la sbalordivano. Cesare era gaio e pareva felice. Che osservazioni avrebb'ella saputo fare? Di quando in quando interrogava lo sposo sui suoi lavori, sui suoi progetti, ed egli a risponderle fra due baci:
Sta tranquilla. Mi occupo, lavoro qui dentro nella testa, preparo, maturo le idee. Il mio dramma non  cosa da improvisarsi. Occorre un lento lavorio di meditazione, e poi il lampo dell'ispirazione che sopraggiunga. Un bel d vedrai come di colpo scoppier luminosa la potenza del mio ingegno. La recita del mio lavoro sar una rivelazione.
Fulvia s'acquetava. Cesare di quando in quando per verit si sforzava di trascinare avanti traverso la trama de' suoi versi sciolti l'azione impacciata del suo dramma. Ardentissimo in sulle prime, l'eccitamento del cervello stimolato gli pareva foga d'ispirazione, la smania di far presto battezzava per l'impaziente alacrit del genio. Ma si stancava assai tosto, troncava di botto e non conchiudeva nulla. Ratto a concepire non valeva a fissare, estrinsecare, approfondire un pensiero, passava da immagine ad immagine, ma tutte vuote, effimere, senza corpo di realt, e in capo a pochi minuti di fittizia esaltazione, egli si trovava con un pugno di mosche, voglio dire una frotta di versi slombati che perdevano l'idea in mezzo all'aggirarsi delle parole.
Aveva rivisto Arlotti, e stretto con esso lui una certa dimestichezza. Confidatogli lo stato delle cose sue e i suoi disegni, aveva voluto leggergli le scene gi schiccherate del suo dramma. Il giornalista erasi affrettato ad allontanare l'amaro calice, ed avevagli detto:
Prima di scrivere studiate il mondo. Gli  l che dovete apprendere la vostra scienza d'autore.
Cesare lasci carta, penna e gabinetto, per darsi vieppi a quella dissipazione che un infelice sofisma gli faceva apparire come uno studio.
Arlotti apr le colonne del suo giornale a qualche leggiero articolo d'appendice imitato dai francesi, che valse a Cesare un effimero successo nei salotti, in cui brillava per isconsiderato spendere. La sua vanit ne fu soddisfatta. Il giornalista, che trov giovevole l'avere di quando in quando la variet d'un nuovo intingolo che solleticava la curiosit d'una parte speciale di pubblico, incoraggi Cesare allo sciupio periodico del suo po' d'ingegno in siffatte chiaccherate senza sugo.
Un anno dopo il matrimonio, le trentamila lire erano spaventosamente assottigliate, e Cesare non aveva ancora fatto nulla, n per la gloria, n per la fortuna avvenire.
La questione finanziaria era l'ultima cosa a cui Fulvia pensasse. Per lei non v'era che un affare importantissimo al mondo, da cui tutto dovesse dipendere: ed era che Cesare l'amasse. Per disgrazia, come il patrimonio, il marito pareva consumare eziandio la sua provvista d'amore. Pur troppo, per quasi tutti gli uomini, l'appagamento del desiderio senza contrasto  principio di saziet. L'ardore di Cesare erasi pertanto venuto spegnendo gradatamente; ed in Fulvia, la quale, accorgendosene, non osava pur domandargliene conto o ragione, cessava in pari misura l'allegria e la seduzione propria d'un'anima soddisfatta. A poco a poco, in conseguenza, erasi venuta insinuando fra i due sposi una freddezza, ad innalzarsi una barriera, cui Cesare pareva far di tutto per mantenere, ed ella non aveva n forza, n coraggio di assalire di fronte, abbattere e superare.
S, l'aveva sommessamente tentato alcune volte, ma alle risposte svagate dapprima, poscia impazienti di Cesare: s avere le mille cose a cui pensare per non restargli tempo n agio a domestiche smancerie, la poveretta s'era sempre ritirata piangendo.
Le feste e le appariscenze del mondo presto eranle venute a noia. Mostr desiderio di sceverarsene, e il marito acconsent assai volonteroso, vedendo in ci una sua maggior libert. A poco andare, Fulvia si ridusse a viver sola in casa, in compagnia de' suoi pensieri che s'immelanconivano di giorno in giorno pi, e delle delusioni che sottentravano a poco a poco alle vagheggiate speranze dileguantisi ad una ad una. E intanto Cesare si piaceva di colpevoli avventure galanti cui procacciavagli la sua bellezza, e corteggiava tutte le donne eleganti, fra cui aveva rivista sempre pi sfarzosa la signora Eugenia. Questa emerita civetta, dai tre anni trascorsi, pareva non aver altra cosa ricevuta che una maggior perfezione nell'arte di piacere; e il giovane marito di Fulvia aveva sentito di nuovo l'effetto di quel fascino di lei, che aveva gi precedentemente provato.
Per, in questo frattempo, ecco sopraggiungere un avvenimento che sembr dapprima dovere riaccendere le fiamme di Cesare e fondere in una pi strettamente le due anime degli sposi. Fulvia era per diventar madre. Cesare parve a quell'annunzio il pi lieto uomo del mondo. Per un mese circond la giovine donna d'ogni pi amorosa cura, e non si stacc quasi dal suo fianco; poi, come di tutto, si stanc anche di codesto. Fulvia soffriva di molto; ed egli, avvezzo alle brillanti futilit mondane, cominci a trovar fastidioso, poi giudic pesante l'ufficio di custode d'ammalato, ch tale fin per credere il suo ufficio presso la moglie. A poco a poco se ne allontan di nuovo. Essa soffr di peggio, decadendo sempre pi nella salute, come nella belt. Cesare paragonava empiamente la smagliante floridezza dipinta  vero, ma egli non se ne accorgeva della signora Eugenia, collo smunto pallore della sua povera moglie, e il raffronto riusciva tutto in vantaggio della prima. Gli era nel corteggio di quella civetta matura che lo scimunito passava tutte le sere, mentre la santa donnina che lo aveva amato, che lo amava cotanto, se ne stava tutto sola nella sua stanza, cucendo i panni del fardello del nascituro soffrendo dell'anima e del corpo, invasa dall'amarezza per quel crudele abbandono.
E da chi avrebbe potuto cercare conforto, la poveretta? Da nessuno della famiglia di Cesare l'avrebbe voluto mai, perch a niun conto non avrebbe voluto svelare ad alcuno di essi i torti del suo sposo. Quando, scriveva allo zio od alla cugina, ella non parlava che di felicit, e si sforzava di dare alle sue parole l'accento dell'allegrezza, cos bene che i parenti pensavano la giovine coppia essere la pi invidiabile per amore e buon accordo.
Ma v'era ancora un'altra persona con cui corrispondeva Fulvia per lettere, e quelle di questa persona, buone, amichevoli, sempre pi espansive, erano alla giovine moglie di Cesare l'unico e miglior conforto. Quella persona era Emanuele.
Gli affari che avevano chiamato Broeck in Germania avevano preso uno sviluppo per cui erasi fatta necessaria la sua dimora in quel paese, per un tempo assai pi lungo di quello che si sarebbe pensato. Emanuele avea volonterosamente accettato quella sorte e si era con s buona voglia applicato al fatto suo che era riuscito perfettamente a quanto il principale poteva desiderare da lui. Era egli stato assai tempo prima di scrivere alla moglie di suo fratello; ma poi aveva incominciato con un affetto cos calmo e sincero che chi avesse conosciuto il segreto del suo cuore, avrebbe potuto giudicare come un radicale cambiamento si fosse fatto nell'amore ch'esso nutriva per Fulvia, e che se questo amore non era diminuito d'intensit, aveva per cambiato natura. Le lettere s'erano fatte sempre pi frequenti ed erano quelle di un vero fratello.
Fulvia fu madre d'un bambino. I genitori di Cesare per quel fausto avvenimento capitarono alla citt dove furono padrini al battesimo del neonato. Carlo ebbe molta inquietudine vedendo il lusso ond'era circondata la giovine coppia.
D'onde ne pigli tu i mezzi? Domand egli al figliuolo.  il tuo lavoro che te li fornisce? E se pur sia, non provvederesti meglio, pensando all'avvenire? Ora poi, tu sei padre, ed  alla ricchezza di tuo figlio che hai da lavorare,  a lui che ti conviene preparare un capitale colla economia.
Cesare rispose tra impacciato ed impaziente, tra altiero e malvoglioso, che sapeva oramai quello che aveva da fare, e che gli avvenimenti lo avrebbero provato abbastanza.
Alla povera Fulvia la maternit fu una potente consolazione da un lato, ma fu pure cagione di nuovi tormenti ed inquietudini. Alle condizioni economiche in cui si trovavano fino allora non aveva pensato mai; viveva in una s piena fiducia dei meriti e del senno di suo marito, che ogni cosa egli facesse, ella stimava opportuna ed approvava senza disamina. Ma lo suocero alla sua venuta aveva incominciato involontariamente a metterle un dubbio nell'anima. Ella si domand quando fossero consumati quei denari che con tanta generosit aveva posti in balia dello sposo, che cosa sarebbe stato di loro? Fulvia, che per s stessa non avrebbe avuto la menoma inquietudine a tal riguardo, cominci a crucciarsi molto per l'avvenire di suo figlio. Sent che l'esser madre le dava nuovi obblighi, cos come nuovi diritti appetto al marito. Si spavent alla somma delle spese che costava il loro modo di vivere, e deliber tenerne discorso con Cesare.
Questi gi vedeva di per s l'abisso verso cui camminava e stava trascinando la sua nuova famiglia, e se ne arrabbiava e se ne atterriva, senza aver la forza di ritrarsi da quella strada fatale. Il suo umore era diventato tristo ed atrabiliare. Costretto al sorriso ed all'amenit dell'uomo felice nei convegni del mondo, in cui passava la maggior parte della sua vita, egli, levandosi quella maschera fra le pareti domestiche, compariva aspro, cupo, bizzarro, con ingrate violenze di parole e con ingiusti rimbrotti alla menoma occasione, ripulsando ogni tentata effusione di Fulvia. Ma questa, fino allora sottomessa e timorosa come amante, ebbe di poi ardimento come madre. Con fermo contegno interrog Cesare intorno ai suoi propositi, affine di provvedere ai bisogni della famiglia. Egli non seppe trovare altro modo di rispondere che quello di chi ha torto; mont in collera.
Che cos' ci? grid fattosi rosso in viso. Chi sono io oramai o non sono?  venuto in uso di farmi l'uomo addosso tutti e trattarmi come un ragazzo? Quello che posso appena tollerare da mio padre, ti ammonisco che non sono disposto a sopportare da nessun altro, e neppure da te...
Cesare!...
Pensa ai tuoi affari tu, e lascia me ai miei.
Fulvia pose una dolce espressione d'amorevolezza nella voce, nell'aspetto, nello sguardo, e soggiunse posando la sua destra sul braccio di lui:
Che? I tuoi affari non sono forse puranco i miei?... Ad ogni modo non si tratta egli dell'interesse di nostro figlio?
Ma il crudele la rigett da s con ruvidezza impaziente.
Nostro figlio! nostro figlio! Ecco la gran parola che mi si getta sempre come un bastone fra le gambe. Eh! non saranno le tue ciancie da femmina che assicureranno la sorte di quel bambino.
No, rispose Fulvia con dignitosa calma, sotto cui per si sarebbe potuto scorgere la suscettivit ferita. Codesto so bene ancor io, ed appunto perch si appartiene a suo padre provvedere a tal sorte, io, madre sua, vengo a dirti: che fai tu per esso? Pensa a lui, mantieni tutto ci che a te stesso tu devi ed al tuo figliuolo.
Cesare, coll'animo irritato pei suoi torti medesimi, non ebbe che dispetto a questo nobile linguaggio.
Ah, signora mia, la crede proprio d'aver da fare con un ragazzo a cui si domandano i conti della sua condotta, e s'impone il da farsi dal pedagogo!... Che cosa fo? Giurarabacco! Fo quello che mi pare e piace, e quel che mi piace sopratutto, si  di non avere a casa mia nessun rompiscatole che mi venga annojando.
Fulvia impallid, e si mise una mano sul cuore, in cui sent una fitta dolorosa.
Oh, Cesare! Come mi parli tu? esclam essa con accento ineffabile d'amoroso rimprovero.
Ma egli, scaldandosi da s medesimo, quanto pi sentiva nell'interno il torto e l'indegnit del suo trattare.
Ti parlo come deve un marito che non vuole lasciarsi menar' pel naso, n gonfiar la testa. E ci ti serva di regola. E se hai la smania di farmi il sermone anche tu, t'avverto per tuo bene che l'abbi da smettere; e poich l'occasione me ne viene, ti dir ch'io a casa mia non voglio n musi lunghi, n ostentazione di occhi rossi, n sospiri da vittima, n tanto meno prediche da quaresimale. O che? Non mi ci piaccio poi gi di tanto in questa benedetta casa, e se tu vuoi farmela diventare proprio uggiosa del tutto, non hai che da perseverare in questa strada che hai preso.
Cesare! torn ad esclamare la moglie sempre pi pallida.
S, signora... Sapevo bene che il matrimonio era una catena, ma non voglio che la mi si riduca cos corta e cos pesante.
Fulvia, a quell'uscita inaspettata e crudele, si sorresse ad un mobile, sentendosi quasi mancare la vita, e mand un gemito soffocato. Cesare che vide la dolorosissima emozione tradursi nei lineamenti sconvolti della giovine donna, s'arrest di botto mezzo confuso, e non senza un subito pentimento delle sue sciagurate parole entro l'animo, che in fondo non era cattivo. Fece egli un passo verso di lei, come per venirla a sorreggere; ma Fulvia tese una mano ad accennare si stesse; poi, dopo un istante, fattasi forza a formar la voce e l'aspetto, ella disse con imponente semplicit:
Ah, Cesare! di queste parole io non avea pensato mai dover udire dalle tue labbra a me dirette. Bene avviso che tu le hai sconsideratamente pronunciate, senza dar loro il tristo valore che hanno, ma pur tuttavia il colpo non me ne fu leggiero, n facilmente comportabile al cuore.
Egli accenn parlare; ma la donna, con un accento d'autorit che mai per lo innanzi non aveva fatto sentire, gl'impose tacesse.
Non pi su codesto! Tali parole non si scusano, n si spiegano. Quando sfuggono alla labbra, o sono il risultato dell'interno pensiero fino allora nascosto, e in tal caso tutto  finito; o sono l'effetto d'un torto istantaneo, e non  neppure con altri discorsi che si fanno perdonare e porre in oblio. Io ti domando oramai una cosa sola, ed  che tu mantenga a quell'altezza a cui finora l'hanno visto i miei occhi, l'uomo al quale ho dato il mio amore e la mia vita, il padre di mio figlio.
E ci detto, usc dalla camera con sembianza di tranquillit dignitosa, ma seco portando in cuore il germe d'una delusione maggiore di tutto quanto avesse provato mai. Coll'anima afflitta oltre ogni dire, s'inginocchi presso la culla del suo bambino e pianse a lungo.
Egli non m'ama pi, diss'ella a s stessa: e mi ha egli amata mai per davvero?
Cesare, da canto suo, stette maravigliato al nuovo aspetto che prese innanzi a lui sua moglie. Vide, o meglio sent in essa una donna qual egli non aveva ancora conosciuta: dietro la umile e rassegnata amante, gli apparve una personalit pi vigorosa e pi forte, e forse per energia a lui superiore. Tale scoperta gli produsse un effetto ch'egli medesimo non seppe definire. Fu uno stupore che teneva quasi dell'ammirazione. Si promise di dominare questa volont indipendente che gli si era manifestata, ed ebbe paura di esserne invece dominato.
Ebbe pur tuttavia un buon impulso: quello di raggiungere Fulvia e chiederle perdono. Fece alcuni passi verso la camera di lei, ma si arrest; si disse che ci sarebbe stato in danno della sua dignit di marito; il fatto  che un sentimento di suggezione e di vergogna lo trattenne. Prese il cappello ed usc arrabbiato, pi malcontento di s e delle cose sue, che ogni altra volta.
...
.
...
FINE DEL PRIMO VOLUME.
...
.
...
IL BENIAMINO 
DELLA FAMIGLIA.
RACCONTO.
VOLUME SECONDO.
...
.
...
Capitolo 11.
...
.
...
Gl'imbarazzi economici della famiglia erano giunti a tal grado che Cesare non sapeva pi come sopperire ai bisogni giornalieri. Si accorse che era ormai tempo che il suo lavoro procacciasse almeno il pane alla moglie ed al figliuolo. La necessit, a dispetto dell'amor proprio, lo afferr colla sua mano di ferro e lo trascin nell'ufficio del giornalista Arlotti, a domandar compenso di pi che encom alla sua prosa di articoli. Arlotti lo accolse con una gentilezza da diplomatico ed un sorriso da uomo perseguitato dalla sorte. Egli avrebbe voluto fare pel suo caro amico Debaldi anco l'impossibile: ma doveva arrestarsi innanzi all'inesorabilit dell'aritmetica. Nelle ragioni del suo giornale, come nei bilanci del regno d'Italia, il passivo superava l'attivo. Offr la sua influenza e l'autorit delle sue raccomandazioni per ottenergli in qualche paesuolo un impieguccio da poche mila lire, che Cesare naturalmente rifiut. Cesare percorse tutte le fasi di uno scrittore esordiente che vuole trovare un'uscita ai suoi lavori, e un mezzo di guadagno in essi. Raccolse le sue varie poesie e le port ad un editore perch le comprasse. L'editore, che non aveva perduto lo ben dell'intelletto, gli propose facesse un trattatello di geometria per le scuole liceali, od una guida tascabile pel viaggiatore in Italia. Il disgraziato poeta si decise a far stampare a proprie spese i suoi versi. Accrebbe i suoi debiti di altre millecinquecento lire, ed ebbe il gusto di vedere il suo volume dilaniato da qualche critico, ignorato dal pubblico, e l'edizione intiera ammuffire nel fondaco del libraio a cui ne aveva commesso la vendita.
Quella pubblicazione non meritava altro successo. I versi di Cesare erano niente meglio di quelle volgarit rimate che ogni italiano commette in segreto prima dei venticinque anni. Ma l'amor proprio del Beniamino della famiglia non poteva capacitarsi di tal verit. Gli appunti dei critici gli apparvero invidia di malevoli, la noncuranza universale una congiura di silenzio degli inetti contro l'espansione del suo genio. Accus il secolo, il paese, gli uomini e il cielo; e fu assalito da un accesso di misantropia che lo rese ancora pi scontroso e insopportabile nelle attinenze domestiche.
E il tuo dramma? gli disse un giorno dolcemente Fulvia, la quale lo vedeva ricascare nella sua inerzia fatale: Fulvia, di cui la magrezza ed il pallore accusavano le celate sofferenze.
In quel torno di tempo doveva aggiudicarsi un vistoso premio di parecchie migliaia di lire alla miglior produzione drammatica, secondo quella stupenda arte di protezione ufficiale che vuol fare sbocciare i genii con un pizzico di denaro misurato dai giudizii mirabili di una commissione governativa. Cesare ritenne per sicuro che s'egli avesse corso quel pallio, l'avrebbe afferrato. Abboracci in fretta le ultime scene del suo dramma; si fece gonfiar le vene della fronte nella fatica di piallar gi i versi della catastrofe, e rec il suo capolavoro ad un direttore di comici, il quale si affrett a giurargli che non glie ne avrebbe dato neppure un soldo, quando la produzione non ottenesse un lieto successo.
La sera della prima recita il cuore di Fulvia batteva nella pi dolorosa trepidazione. La fede nei talenti del marito gi era un po' scossa in lei, ma non tanto che pi non lasciasse luogo a speranza. Il creduto capolavoro non eccit nemmanco la tempesta dei fischi: s'accasci miserabilmente fra l'impazienza, la stanchezza e gli sbadigli d'un pubblico che si dileguava innanzi a quella noia, come la neve su cui si versi acqua. L'incapacit di Cesare era provata come un teorema di matematica, Fulvia torn a casa colla disperazione nel cuore. Non disse nulla al marito; ma tutta notte pens con dolorosa oppressura all'animo: Come sar capace quest'uomo di guadagnar da vivere a suo figlio?
E Cesare non sapeva pi a qual santo votarsi, quando un bel giorno vide entrargli in casa un uomo lungo, secco, magro, colla pelle color di pergamena, il petto curvo, il passo obliquo, l'occhio fuggente; e il marito di Fulvia strabili nel riconoscere uno dei principali della fabbrica diretta da suo padre, il socio del signor Broeck.
Sono io: disse Vannetti col suo solito laconismo e colla sua cera sempre impacciata. Vengo per util vostro... Ho bisogno di due minuti di tempo.
Si pose a sedere, guard un poco la punta delle sue scarpe, poi quella degli stivali inverniciati di Cesare, poi cominci col suo tono freddo che pareva gelar l'aria.
Io non uso far preamboli... Eccomi subito al tandem. Voi avete dei debiti molti debiti che non sapete come fare a pagare Vi sono in giro delle cambiali segnate col vostro nome che scadono prossimamente... Lo so, perch alcune di esse sono nelle mie mani.
Ah! signor Vannetti! esclam Cesare sbalordito.
Il signor Vannetti lev sulla faccia del giovane il suo sguardo di piombo.
Sono venuto per aiutarvi. Ascoltatemi bene.
Gaspare Vannetti veniva per effettuare un tristo disegno che egli avea concepito da quel tristo uomo che era, e cui la lontananza di Broeck gli rendeva possibile tradurre in atto: quello di sbarazzarsi dei Debaldi e vendere la fabbrica. La crisi dei cotoni continuava, ed egli aveva una smania di volger a pi fruttuose imprese i suoi capitali. Il signor Carlo interessato nei proventi, aveva investito alcuni suoi pochi risparmi nell'officina, e un'alienazione di questa non poteva farsi senza il concorso di lui e il disinteressarlo d'ogni sua ragione. Vannetti dalle infelici condizioni di Cesare s'era detto che avrebbe potuto avere propizia occasione a liberarsi con lieve sagrifizio di ogni pretesa di Carlo.
Ascoltatemi bene: diss'egli adunque. Da vostro padre voi non potete sperare soccorso.
Ah! no: si lasci scappar detto Cesare.
Da altri nemmanco, che non sieno usurai, e mi rincrescerebbe vedervi cadere nelle loro fauci... Ho un cuore ancor io, che diamine!... Dunque, non tante chiacchere. Io distruggo le cambiali vostre che ho in poter mio: mi dite inoltre quanto vi occorre per pagare quelle altre che sono in giro, ed io ve ne do la somma.
Come! Ella farebbe codesto?
S, s, far codesto; lo faccio per sicuro, sono venuto qui apposta.
Trasse di tasca un portafogli vecchio a fianchi rigonfii, e fece comparire all'occhio avido di Cesare un fascio di polizze di Banca, di color bianco.
Dunque, noi diciamo quante mila lire in tutto?
Sei; rispose il giovane, i cui sguardi brillavano di cupidigia.
Sei, va benissimo; mettiamone altri due per darvi agio a tirare innanzi la baracca per un po' di tempo.
S; avete ragione. Ah, voi siete davvero il mio salvatore.
Fa otto in tutto.
Vannetti si bagn colla lingua la punta dei pollice e dell'indice della mano destra, e numer otto di quei biglietti separandoli dagli altri: poi li pose sulla vicina tavola, coprendoli con una mano, come per impedire che Cesare li prendesse di botto.
Eccoli qua... Ma occorre una piccola formalit.
Quale?
Capite bene ch'io non posso mica regalarveli, questi denari... Bisogna adunque regolare la partita fra di noi.
Che cosa debbo fare?
Una cosa da nulla (trasse da quel medesimo portafogli una cambiale in bianco). Voi mi sottoscrivete questa carta, e ci metterete voi stesso la cifra... al mio ordine... a tre mesi data.
Tre mesi! esclam Cesare vivamente. E come volete che io possa fra tre mesi?...
Vannetti pose sopra la mano del giovane la sua, fredda come la pelle d'una biscia, e fece colle labbra livide un sorriso che aveva l'intenzione di essere rassicurante.
Non avete da crucciarvi di codesto. Si mette la scadenza a tre mesi, perch  l'uso... Ma ci non vuol dire che alla scadenza abbiate da pagare... Vi rinnover la cambiale volta per volta, s'intende. Siete capacitato?
Cesare per unica risposta prese la penna e si dispose a scrivere. Il signor Gaspare gli ferm la mano.
Noi diciamo adunque otto mila lire che io vi do adesso; due altre mila lire per le cambiali che ho gi in mano e che si tratta di distruggere fanno dieci... Mettete undicimila lire.
Come undici?
E gl'interessi?
Per tre mesi?
Per tutto l'anno.... per tutto il tempo che riterrete la somma, e sar quanto vorrete voi.
Cesare parve esitare un momento. Vannetti prese le otto polizze di banco che erano sulla tavola e sembr volerle rimettere insieme colle altre nel portafogli.
Va bene! S'affrett a dire il marito di Fulvia e scrisse e sottoscrisse.
Gaspare Vannetti usc di l seco portando la sorte della famiglia Debaldi; Cesare fece come fanno tutti coloro che sottoscrivono cambiali. Spese allegramente le due mila lire che gli restavano e non si ricord pi di quel pezzetto di carta con cui aveva posto in mano d'altrui il suo onore e la sua libert.
Intanto men tristi giorni parevano volersi preparare per la casa Debaldi, a cui Cesare, partendo, aveva portato via ogni gioia. Luigia erasi fatta una cara fanciulla le cui attrattive modeste ma preziosissime avevano meritamente innamorato il figliuolo del medico del villaggio, bravo ed onesto giovane che era arrivato allor allora colla laurea di dottore rincalzata dagli anni di pratica per succedere nella clientela paterna. Manifestati i suoi sentimenti al padre, questi aveva stimato nulla di meglio da farsi che procurare il loro soddisfacimento, poich la famiglia era delle pi onorevoli e la ragazza degna d'ogni riguardo; onde un giorno il signor Carlo s'era visto ad arrivare il dottore padre con tanto di vestito a coda di rondine, coi goletti insaldati alla camicia che gli tagliavano i polpastrelli delle orecchie e le mani che gli ballavano in un paio di guanti di cotone.
I discorsi fra i due genitori furono brevi. I due giovani si convenivano perfettamente e i due padri altres che avevano la maggiore stima l'uno per l'altro. Ci non escluse per che non si ficcasse in mezzo eziandio quella maledetta quistione dell'interesse pecuniario. Il dottore non pretendeva di molto; la migliore ricchezza d'una nuora la desiderava nella virt e nella bont dell'indole, ma pure aveva fisso che la donna sposata da suo figlio recasse alcun contributo alle spese della nuova famiglia. Il signor Carlo si affrett a dire quello ch'era disposto a fare per un s conveniente accasamento della sua Luigia; le avrebbe costituito in dote la somma di dieci mila lire, e siccome questa sarebbegli stato grave sborsarla subito, ne avrebbe pagata alla giovane coppia la giusta rendita, guarentita sui suoi capitali investiti nella fabbrica e sui suoi guadagni nella medesima. Il dottore se ne content, e i due padri si separarono con una stretta di mano che fece felici i due giovani, oramai sposi. Luigia scrisse tosto a Fulvia la sua felicit che era tanta da non poterci nemmeno credere essa stessa: fra un mese si sarebbero celebrate modestamente le nozze.
La scadenza delle cambiali di Cesare era arrivata; il giorno che precedeva quello del termine fatale, il marito di Fulvia recossi al negozio di Vannetti, e trov costui secondo il solito alla sua scrivania, dietro il suo paravento, con aperti dinanzi i suoi grossi libri.
Alle prime parole che il giovane gli mosse, il signor Gaspare rispose sollecito:
Ah so quello che volete... C'intenderemo, c'intenderemo. Ma non adesso, non oggi Ho un mondo di cose da fare in questa giornata... Ho la testa come un cestone. Domani, s domani aggiusteremo tutto.
E mi farete la rinnovazione! domand Cesare.
Vi dico che aggiusteremo tutto... Addio!... scusate se non vi trattengo, ma se sapeste quanti affari ho da sbrigare!
Cesare s'avvi: quando era gi presso l'uscio, Vannetti si alz in piedi e guardando dal di sopra del paravento, domandogli:
E vostro padre? Avete forse nuove di vostro padre?
Il giovane si ferm sui due piedi.
Ne ho avute la settimana scorsa.
Oggi non avete ricevuto lettere?
No.
Ah! Ah!
Nell'accento e nella faccia di Vannetti v'era alcun che di strano che insospett il marito di Fulvia.
 forse capitato qualche cosa a mio padre? interrog egli vivamente tornando indietro.
No, no, ch'io mi sappia: rispose Gaspare di fretta. Domando cos per domandare... Se mai per caso venisse e cercasse di me, ditegli che io sono qui al fondaco sino alle cinque e che dopo quell'ora pu trovarmi alla trattoria del Campidoglio dove vado a pranzo.
Che? Mio padre dovrebbe forse venire?
Non dico gi codesto io... Dico, se mai viene... Oh addio giovinotto: io torno ad affondarmi nel mio lavoro.
E spar dietro il suo paravento, sedendo di nuovo alla scrivania.
Cesare usc agitato. Che significavano quelle parole di Vannetti? Il pensiero di suo padre, il pensiero ch'egli potesse giungere in quel giorno, e parlando con Gaspare sapere ci che fra loro era intravvenuto, lo inquietava ed atterriva. A casa trov Fulvia, pi inquieta ed atterrita di lui, la quale gli porse senza parlare un piccolo quadrilatero di carta stampata che avevano recato allor allora. Era la polizzina per la quale il fattorino della Banca Nazionale avvisava il signor Cesare Debaldi trovarsi presso la banca medesima un effetto, da lui sottoscritto per 11000 lire, del quale, s'egli non pagasse l'ammontare prima delle ore dieci pel domani, verrebbe fatto il protesto a termini di legge per tutte quelle conseguenze che di ragione. Cesare impallid come Macbeth al comparire dello spettro di Banco.
Che  ci gran Dio? Domand Fulvia stringendo disperatamente le mani. Come poter pagare? E che sar di noi?
Suo marito aveva gi dominato la prima impressione, e le rispose abbastanza calmo:
Rassicurati.  tutto accomodato e vedrai che non ne nascer guaio nessuno. Questa  una semplice formalit Sono danari che non pagher mai almeno per lungo tempo Ti spiegher poi...
In quella s'ud una violenta scampannellata come tratta con mano convulsa; poi suon nella stanza vicina un passo concitato; s'apr di botto l'uscio e comparve il signor Carlo, pallido, ansante, turbatissimi i lineamenti del volto, in disordine abiti e capelli, come uomo che ha visto faccia a faccia la sciagura e si  sentito afferrare senza scampo dalla stretta tremenda.
Padre! esclamarono in una Cesare e Fulvia. Ma Carlo, avanzandosi verso suo figlio, con accento in cui maggiore dello sdegno appariva il dolore:
Disgraziato! proruppe. Tu hai gettato nella miseria tutta la tua famiglia!
...
.
...
Capitolo 12.
...
.
...
Carlo, sua moglie e la figliuola erano radunati nel salotto al momento di sedere al desco pel modesto loro pasto della sera. Il giovane figliuolo del dottore era l sulle mosse, ch gi aveva tolto commiato e mai non sapeva spicciarsi per la dipartita. Il padre di Luigia sorrideva gravemente. Non era gi rientrata la gioia in quella casa, da cui il prediletto Cesare l'aveva portata via partendo; ma la felicit degli sposi spargeva, direi quasi, un crepuscolo di letizia, sulla tranquilla esistenza dei genitori Debaldi.
Il medico potrebbe rimanersi a mangiare un boccon di cena con noi... se ci non gli seccasse di troppo: disse il signor Carlo con gaia malizia.
Oh che dic'Ella mai? esclam il giovanotto arrossendo pel piacere; mentre Luigia arrossita del pari, aveva in un giro di mano preparato sul desco, tondo, posata e salvietta.
Sedettero tutti e quattro e cominciarono lietamente la cena. Non un presentimento li avvisava che era levata su di loro la mano della sciagura. Quando al signor Carlo venne recata una lettera proveniente da Torino.
Oh oh! disse il padre di Luigia che ne riconobbe la scrittura: una lettera del principale.
E la prese aggrottando le sopracciglia, imperocch poco fosse a lui simpatico il signor Vannetti e sapesse come a costui, di rimbalzo, fosse pochissimo simpatico egli stesso.
Caro dottorino mi permetterete di leggerla subito.
Si figuri!...
La lettera era concepita nei termini seguenti:

Pregiatissimo signor Carlo,

Bisogna che sappiate come fra due giorni scada una cambiale al mio ordine di vostro figlio Cesare, per l'ammontare di 11,000 lire (dico undicimila); la quale, trovandomi io in una certa strettezza di fondi mentre ho da fare alcuni pagamenti impreteribili, sono costretto di esigere ad ogni modo, ricorrendo a tutti i mezzi che mi d la legge.
Da quanto intendo, vostro figlio, sopraccarico di debiti, non ha alcuna possibilit di far onore alla sua firma; ed io pensando che non vorrete lasciarlo negl'impacci con disdoro del vostro nome o sua grande sconsiderazione, vi scrivo perch possiate provvedere come vi piaccia meglio.
Ho il piacere di dirmi
Vostro affez.
Gaspare Vannetti
Il povero Carlo stette come tramortito.
O Dio! che fu? domand spaventata la moglie che lo vide impallidire.
Il marito si alz sforzandosi ad esser calmo.
Nulla, nulla: diss'egli. Un affare improvviso... Bisogna che vada a dare alcuni ordini Abbiatemi per iscusato, dottore Voi continuate senza di me... Domando licenza.
Gett la salvietta sulla tavola e partissi. I rimasti si guardarono sgomenti; sentirono che era capitata una sciagura. Stettero un poco aspettando, taciturni ed impacciati, e poi come il signor Carlo non tornava, lo sposo a malincuore e dolentemente si allontan. La madre di Luigia corse a raggiungere il marito. Questi ne aveva gi pensato ogni fatta di cose. In che modo salvare suo figlio? Dove procacciarsi in s breve tempo una somma di tanto rilievo? D'intenerire Vannetti non aveva speranza nessuna: troppo lo conosceva egli. Aveva pensato al buon Broeck. Certo il bravo uomo non l'avrebbe lasciato precipitare; ma era lontano, e la cosa premeva. Un momento si disse, sarebbe stato meglio lasciar che Vannetti facesse a suo talento e non pagargli un quattrino; ma tosto immagin suo figlio imprigionato, Fulvia col bambino cercando ricovero da lui, rimprovero vivente d'aver mancato egli al suo dovere di padre, disonorati tutti.
Alla moglie porse la lettera di Vannetti senza parlare. La buona donna non seppe che piangere e gridare disperatamente:
Salva il nostro Cesare, salvalo ad ogni modo.
Che trista notte passassero quei due poveri genitori  facile immaginare. Il mattino Carlo part deliberato a qualunque sacrifizio. Sentiva che Vannetti aveva nelle sue mani e voleva compiuta la rovina di lui e della sua famiglia. Partendo, salut con uno sguardo pieno di lagrime quella casa in cui aveva vissuto e lavorato tanti anni, e si disse che Cesare di sicuro lo scacciava di l; quel figliuolo che tanto avea prediletto, su cui aveva fondate tante speranze, gli toglieva il pane degli ultimi suoi giorni.
Quando Carlo, come narrai sul finire del capitolo precedente, fu entrato improvviso nella camera dov'erano Fulvia e Cesare, questi esterrefatto si sent mancar del tutto l'animo e non os levar neppure lo sguardo in volto a suo padre. Fulvia invece si gett al collo dello suocero, abbracciandolo teneramente non senza lagrime.
Ah padre mio! diss'ella soltanto; ma in quelle parole l'accento metteva tante e tante cose che un discorso intero non varrebbe ad esprimere.
Carlo aveva l'anima piena di indignata amarezza contro suo figlio, e lungo tutto il cammino s'erano in lui rammontati i pi vivi e severi rimproveri da traboccare per le sue labbra al primo accostarsi di Cesare; ma in quel punto la vista di codestui cos disfatto, il pianto, l'amplesso, la spasimante voce di Fulvia, di presente quella indegnazione mutarono in commozione profonda di piet e di cordoglio. Corrispose piangendo alle lagrime della giovin donna; poi, scioltosi dall'abbraccio di lei, prese Cesare per un braccio e mostrandogli la moglie desolata e il bambinello che vagiva nella cuna l presso, gli disse con una moderazione piena d'autorevole rampogna:
Disgraziato! Che tu ponessi in oblo i genitori tuoi che ti hanno tanto amato, che ti aman cotanto, posso ancora comprenderlo; ma che non ti trattenesse il pensiero di questa santa donna che ha tutto sacrificato per te e di quel bambinello che  tuo sangue, la  colpa che non merita perdono.
Come tutte le anime deboli che oscillano fra gli eccessi, Cesare si abbandon ad una disperazione di pentimento; si accus con violenza, si strapp i capelli, si percosse il petto e la fronte, parl di suicidio. Carlo e Fulvia spaventati dovettero calmare con parole confortevoli quel parossismo.
Qui non v' tempo da perdere: disse poscia il padre. Conviene che io corra dal signor Vannetti.
Questi non ebbe pure alcuna ipocrisia di forme nell'esporre i suoi propositi e le condizioni a cui avrebbe lasciato salvo Cesare. Egli ritirerebbe la cambiale dalla Banca, pagherebbe inoltre gli altri creditori di Cesare che strepitavano; e Carlo Debaldi con atto in buona forma si dichiarerebbe disinteressato del tutto nella fabbrica e soddisfatto d'ogni aver suo, abbandonando di presente la direzione della fabbrica medesima.
Il povero padre di famiglia dovette soggiacere a quest'assassinio compito col coltello alla gola. Quando ritorn alla fabbrica, pareva invecchiato di dieci anni a un tratto.
Con che schianto di cuore, il misero dicesse l'addio alla fabbrica ed al villaggio in cui tanti anni era vissuto ed aveva sperato di morir tranquillo,  pi facile immaginare che dire. Prima di partirsi ebbe un colloquio col padre di colui che doveva essere sposo di Luigia. Gli disse tutta la verit, e non potendo pi mantenere le fatte promesse, sciolse da ogni impegno lo sposo e la sua famiglia. Il dottore rimpianse la disgrazia che colpiva questa buona gente; rispose che non voleva in quel momento si prendesse nessuna decisione definitiva, che vi si sarebbe intanto pensato per ambedue le parti, e chi sa che la fortuna cambiando propositi non avesse ad un tratto migliorate le cose per vantaggio di tutti... Carlo conserv poca speranza che quel matrimonio si avesse ancora da compire; la povera Luisa non ne conserv alcuna ed abbandonando quel villaggio si persuase che dava l'eterno addio a quella felicit vagheggiata che un momento erale sembrata alla portata della mano. Quante lagrime ella sparse! Ma le nascose tutte affine di non amareggiare ancora di pi gli afflitti genitori. Contro Cesare non ebbe il menomo rancore, non fece pur l'ombra d'un rimprovero; ma non pot a meno di pensare che a lui andava debitrice di vedersi condannata al dolore.
Tutta la famiglia si trovava ora alle prese colla povert. Vendute le suppellettili signorili di Cesare, s'erano ridotti ad abitare tutti insieme in un quartieruccio in alto d'una casa di miserabili apparenze. Carlo aveva pensato che molto pi probabilmente avrebbe potuto trovare mezzi di guadagno in una gran citt che non in un villaggio, e diffatti a non molto andare, adoperandosi con attivit giovanile, era riuscito a farsi accettare come facitore di conti presso un mercante. Si viveva tutti di questi miseri guadagni del padre e del residuo prezzo dei mobili venduti, il quale andava via consumando ogni giorno.
E intanto Cesare non faceva nulla e Fulvia cascava in preda allo scoraggiamento. La salute di lei, cagionevole sempre dopo la gravidanza, veniva guastandosi ogni d pi. Vedeva soffrire e deperire anche suo figlio, e ci si convertiva in tanto maggiore spasimo alla povera madre. Ma questi patimenti non erano ancora bastevoli per quella delicata anima infelice, e Cesare doveva recarle ancora un massimo affanno.
In mezzo a tutte codeste traversie una cosa era pur sopravissuta nel cuore di Fulvia, il suo amore per Cesare e la credenza nell'amore di lui. Bene aveva ella avvertito che era scemato in lui l'ardore de' primi tempi, ma ci attribuiva alle preoccupazioni degl'infausti avvenimenti: bene qualche parola erale venuta all'orecchio fino dai giorni della loro apparente prosperit circa le assidue galanterie di suo marito presso la signora Sgritti, ma Fulvia non poteva credere capace il suo Cesare del delitto d'un tradimento.
Per isventura vi fu una persona che ebbe interesse di metter la povera donna in chiaro di tutto. Questa persona fu Padule.
Egli voleva vendicarsi del facile trionfo che Cesare aveva ottenuto sulla civetteria della signora Eugenia; ed eragli balenata alla mente una vendetta degna di Lovelace: rubare al suo fortunato rivale il tesoro della fedelt della moglie. Ma tutte le galanterie del maturo giovinotto s'erano spuntate contro la pi compiuta indifferenza della giovine donna, e Padule ricorse al vieto e volgar metodo d'una lettera. Compr con due scudi la moralit d'una donna che si recava in casa dei Debaldi a farvi i pi umili servigi, e per mezzo di lei fece pervenire nelle mani di Fulvia uno scrittarello di sua calligrafia inglese.
Naturalmente Fulvia non aveva voluto riceverlo; ma la fante addottrinata, avendole detto che si trattava di cose onde dipendeva la sorte di lei e della famiglia, ella, paurosa che si trattasse di cose da cui nuove sventure fossero minacciate, fin per prendere la lettera e la lesse.
In mezzo alle proteste d'amore ed alle proferte della pi insolente generosit, con istile commerciale, il bravo Padule rivelava la tresca di Cesare colla signora Eugenia, usando una spietata crudit di particolari e una vivezza sconveniente di colorito.
Fulvia, per prima cosa, prov il vivissimo sdegno che si prova innanzi alla calunnia; spiegazz la lettera fra le sue manine, e fu per gettarla senz'altro sul miserello fuoco che ardeva nel caminetto della sua fredda stanza. (Si era d'inverno, e in un rigoroso inverno). Poi ad un tratto, il sospetto incominci a sorgere in un cantuccio della sua povera anima, e in poco di tempo si fece potente. Ricord certi fatti, certe circostanze, certe parole, certi imbarazzi di Cesare che parevano confermare l'accusa. Sent una stretta al cuore che raddoppi la sofferenza di petto onde era da qualche mese tormentata, cui essa dissimulava bravamente.
Oh sarebbe infame! esclam ella, rasciugando colla pezzuola la schiuma sanguigna che un accesso di tosse le aveva mandato alle labbra.
Dispieg attentamente il foglio tutto raggrinzato, lo lisci ben bene colla palma della mano, e lo rilesse attentamente. Esso fra le altre cose, diceva cos:
Quasi ogni sera il signor Cesare si reca presso la signora Eugenia e vi rimane, dopo che tutti gli altri sono partiti, fino ad ora tarda nella notte.
Era vero che parecchie volte per settimana Cesare non rientrava che molto avanti nella notte.
Quando venga Cesare, disse Fulvia a s stessa, gli metter innanzi agli occhi questa lettera; e vedr ben io dal suo aspetto s'egli  colpevole!
Pose nel suo seno quella carta accusatrice ed attese con ansia. Quando ud rientrare suo marito e lo vide accostarsele, il cuore le si mise a palpitare con dolorosa violenza. Ma erano presenti il padre, la madre e Luisa, e non pot far tosto l'esperimento che si era proposto. Per guard Cesare fiso e con attenzione scrutativa pi che non avesse fatto mai, e le parve notare quel certo imbarazzo che parecchie volte aveva creduto di trovare in lui e che non aveva mai saputo a che cosa attribuire.
Che cos'hai da osservarmi in questa guisa? domand Cesare con brusca impazienza.
Nulla: rispose Fulvia che sentiva accrescersi il sospetto. Tu mi sembri preoccupato.
No cio s... V' stassera una radunanza a cui debbo intervenire... una radunanza di letterati... si tratta di un'opera da farsi...
Sotto lo sguardo acuto della moglie, Cesare si turbava visibilmente e le sue parole si facevano impacciate.
Ah! esclam Fulvia con falsa indifferenza. E ci starai tu sino a tardi... come quelle altre volte?
Non so... non credo... Ad ogni modo guardati bene di aspettarmi, come sei solita di fare... Ci mi duole. Il pensiero che tu vegli mi turba e mi affligge.
Fulvia ebbe un'amara risposta alle labbra, ma si tacque e curv il capo.
Dio buono! preg essa mentalmente, fate che quest'uomo non sia colpevole di tanta indegnit.
Prima d'uscire, Cesare entr nella camera coniugale per mutarsi di abiti; e Fulvia ve lo segu. Col marito e moglie eran soli. Col stesso, poche ore innanzi, ella aveva letto quelle funeste parole, che, quando fossero vere, distruggevano l'ultima sua lusinga di felicit. Ella voleva mettere innanzi a Cesare la lettera: ci aveva su la mano e un'inesplicabile peritanza ne la tratteneva. Il suo cuore pareva stretto da una morsa; soffriva la infelice e non aveva parole fatte. Cesare si dava gran briga della sua acconciatura, e la presenza di sua moglie mostrava chiaro in quel momento gradirgli assai poco.
Non ho punto bisogno di te, Fulvia: fin egli per dire con impazienza. Perch non te ne stai, come al solito, con babbo e mamma?
Perch?... Perch vorrei parlarti; rispose la moglie esitando e con voce quasi manchevole per l'emozione.
Parlarmi! esclam egli aggrottando le sopracciglia. Ah! per carit non rompermi la testa colle solite ammonizioni Oggi le mi sarebbero pi uggiose ancora del solito.
Fulvia compresse un moto ed una parola di dolore a quella risposta ed all'accento con cui era detta. Stettero un istante in silenzio, durante cui Cesare s'arrabbi dietro a un nodo di cravatta che non riusciva a suo talento.
Oh che hai tu mestieri di tanta eleganza per un convegno di letterati? disse poi Fulvia con un suono d'amara ironia, contenuta, ma pur sensibile.
Il marito arross e rispose con istizza come uomo punto sul vivo.
Che modo gli  codesto di venirmi ad osservare e fare i commenti a tutto quel che faccio? La  una troppa seccatura alla fine.
Fulvia sent le lagrime venirle agli occhi, e per nasconderle al marito usc dalla stanza vivamente.
Che hai? le domand Carlo scorgendone i lineamenti alterati.
Nulla: rispose la brava donna. Non mi sento del tutto bene, ma confido che sia cosa da poco.
Il padre di Cesare la prese per mano ed attirandola amorevolmente ai suo petto la baci sulla fronte, sussurrando cos piano ch'ella sola l'ud:
Pover'anima!... Sei tu che l'hai voluto Oh! ma ci siamo ingannati tutti.
Fulvia volle parlare, ma non ci valse; si ritrasse in disparte e ripar il suo dolore in uno sfogo d'amor materno, abbracciando e carezzando il suo bambino.
Cesare era uscito senza dire altre parole a sua moglie. In costei ad un tratto ogni fiducia nella innocenza del marito era scomparsa, e il sospetto del fallo di lui diventava certezza.
La sera inoltrata aveva mandato al riposo la famiglia, dalla giovin donna in fuori, la quale, occupato l'animo da un'ansia che non le concedeva un istante di tregua, seduta presso la cuna del suo piccino, al poco lume d'una lucernetta, rabbrividiva al freddo crescente della notte, innanzi al semispento focolare mal riparata da un povero scialle.
Mezzanotte era gi suonata da un pezzo, e Cesare non era ancora tornato. L'inquietudine e il dolore del tradimento oramai ritenuto per provato, erano cresciuti di tanto nell'anima della infelice donna, da cagionarle una vera agitazione di febbre. Mille strane immagini passavano innanzi alla sua mente, mille pazzi propositi venivano ad affacciarsele allo spirito conturbato, sollecitandola come tentazioni irresistibili. Di tanto in tanto rileggeva la lettera di Padule, e i corretti caratteri calligrafici del commesso banchiere le saltavano agli occhi come neri demonietti contorcentisi in una ridda fra uno sghignazzamento di scherno. La fronte di Fulvia ardeva, mentre le sue membra erano scosse dal tremore d'un freddo morboso. Tutto taceva all'intorno, il mondo pareva tutto addormentato per lasciar vegliar solo lo spasimo geloso di quella misera donna.
Ad un punto, ella non pot resister pi. Una forza superiore ad ogni sua volont o ragionamento parve afferrarla. Si alz di scatto e si mosse per la stanza concitatamente, come dominata da un impulso meccanico. Senza saper bene ci che si facesse e volesse, abbranc in tutta fretta una mantiglia che stava l sull'attaccapanni e se ne copr le spalle; il capo che le abbruciava, in cui tumultuosamente battevano le tempia, non sent il bisogno di ricoprirlo. I suoi moti erano convulsi come quelli d'un infermo nell'accesso del delirio. Si slanci alla porta per uscire, ma si trattenne ancora, e di corsa fu alla cuna del suo figliuolino a guardarlo. Egli dormiva placidamente. Fulvia lo baci piano e poi torn al primo proposito. In un battibaleno ebbe varcata la soglia, scese le scale, aperto e rinchiuso alle sue spalle il portone da via. La si trov nella strada esposta la nuda fronte all'aria frizzante di quella notte di gennaio.
Col si arrest un momento palpitante, e quel freddo le calm di subito la febbre che le travagliava il cervello.
Che faccio io? si domand appoggiandosi vacillante alla muraglia della casa.
La cupa tenebra della notte nebbiosa la spavent; volle rientrare, ma lo sportello ch'essa dall'interno aveva potuto aprire perch serrato soltanto dalla stanghetta a molla, si era richiuso e dal di fuori ci occorreva, per aprirlo, la chiave che essa non aveva.
Stette un istante perplessa, fra confusa ed atterrita, ma non tard a decidersi. Il caso medesimo voleva che la eseguisse il proposito consigliatole dall'incomportabile agitazione dell'anima. Ella sapeva dov'era il palazzo del banchiere Sgritti; si serr la sua mantiglia al seno e prese la corsa nella direzione della elegante dimora della signora Eugenia.
...
.
...
Capitolo 13.
...
.
...
Il palazzo Sgritti era tutto immerso nella oscurit, eccetto una stanza al primo piano che mandava per le finestre un chiarore travelato dalle cortine. Fulvia, che nei tempi addietro aveva pi volte visitata la signora Eugenia, tosto conobbe che quella stanza, unica illuminata, era quella in cui dormiva la moglie del banchiere, la pi riposta delle camere onde componevasi l'elegante di lei appartamento.
La signora Eugenia vegliava. Sola? Fulvia stette piantata l dinanzi, lo sguardo fisso a quella finestra, tremando pel freddo, il petto scosso di quando in quando dalla tosse profonda, obliosa di ogni cosa del mondo, fuorch della sua gelosia.
Quanto tempo fosse trascorso, dacch ella era col, Fulvia non sapeva allorch fu riscossa dal rumore d'una carrozza che si appressava a quella volta. Giusto a quel punto, all'orologio d'un campanile vicino, batteva il tocco dell'ora dopo la mezzanotte. Il brougham elegante che sopraggiunse, si ferm al portone del palazzo Sgritti; e mentre un domestico, sceso in fretta dal seggiolo, dove stava allato al cocchiere, batteva forte al portone per farlo aprire, il signor Sgritti medesimo metteva fuori della carrozza la sua grossa persona bene impastranata, e volgendosi a qualcheduno ch rimaneva dentro, mandava di dietro al cache nez, che lo copriva sino agli occhi, le seguenti parole:
Stai, stai, Padule. Domenico ti porter a casa tua. Una corsa di pochi metri di pi, e due minuti di ritardo non vorranno nuocere ai miei cavalli Dunque, lascia fare, e dormi bene.
Buona notte, disse a sua volta dall'interno della carrozza la voce di Padule; e mille complimenti, la prego, alla signora Eugenia, da parte mia.
Il domestico che era riuscito a fare spalancare il portone, richiuse allora lo sportello della carrozza e, si volse al banchiere ad aspettarne gli ordini.
Tu verrai meco, gli disse il padrone; e tu, Domenico, soggiunse parlando al cocchiere, vai sino a casa di Padule e poi torni tosto.
La carrozza ripart a quel trotto con cui era giunta. Il signor Sgritti stava per introdurre il suo ventre imponente sotto il portone, quando un raggio della lucerna che teneva in mano il portinaio venuto ad aprire, cadde sulla forma di una donna, la quale si appoggiava alla parete l presso. L'occhio esercitato del vecchio peccatore, ravvis di botto una certa eleganza promettitrice di avvenenza.
Oh, oh! esclam egli fermandosi. Che selvaggina la  questa? Una colomba che cerca un nido?
E rise scioccamente del suo motto.
Vediamo un poco, vediamo un poco. Michele, piglia quel lume al portinaio e fallo un po' in qua
E mentre il domestico obbediva, il signor Sgritti si accostava alla povera Fulvia, la quale, mezzo tramortita dal freddo e dal malore, sbalordito il capo dal tormentoso martellare del penoso pensiero, erasi avvicinata alla carrozza, spintavi da una inesplicabile curiosit.
Il ricco banchiere s'era fatto dare quella sera da mademoiselle Julie un festino a cui avevano preso parte pochi intimi amici, e nel numero di essi Padule. S'erano attardati in una cena sontuosa coronata dai pi varii e scelti vini. Mademoiselle Julie, per un capriccio di sultana favorita, aveva di poi voluto chiuso l'Eden della sua camera cubicolare al fortunato pagatore di quello sfarzo e di quella bellezza; e Sgritti, rassegnato ai comandi della sua schiava tiranna erasi partito col suo primo commesso, mentre i fumi dei liquori gli eccitavano la maggior temerit di fantasia e gli accendevano le fiamme d'Asmodeo dietro le lenti dei suoi occhiali d'oro.
A quel dubbio chiarore, la faccia pallida di Fulvia appariva ancora pi pallida; ma nel suo doloroso abbattimento era pure d'una seducente bellezza. Il banchiere lontanissimo dal pensare a lei, a quell'ora e in quel luogo, eccitato dall'ebbrezza, non riconobbe in quella donna la moglie di Cesare. Aveva lasciato allora allora il vizio trionfante in mezzo alla seta ed al velluto; poteva egli credere di abbattersi nella virt poveramente vestita, nella strada, a quell'ora di notte? Il vecchio libertino vide in codesto un compenso, che la sua buona stella gli mandava al capriccio ed ai rigori della corruzione da primo piano.
Si appress adunque alla povera Fulvia con un sorriso da satiro e con una faccia da Sileno.
Eh! ma toute belle, cominci egli con una locuzione che gli si era fatta famigliare trattando colla sua bizzarra parigina; che fai tu qui? E che cosa aspetti? La fortuna forse? Ma foi! Con un visino simile non si ha da aspettar molto tempo. Perch non vorresti, o carina, che ella ti venisse innanzi colle mie sembianze?
Fulvia lo guardava con occhi larghi, come trasognata. Delle parole dettele non n'aveva capito neppur una. Batteva i denti e tremava verga a verga. Il banchiere la prese per mano; e la trasse dolcemente verso il portone. A quel tocco, ella tutta si riscosse.
Lasciatemi, lasciatemi: diss'ella collo smarrimento della febbre, e tent partirsi di corsa. Ma le forze le vennero meno; vacill ed accenn cadere, cos che il signor Sgritti fu lesto a sostenerla, passandole un braccio intorno la persona.
Michele, disse il banchiere, va avanti e prepara qualche buon cordiale... una vecchia bottiglia di Barolo... nella mia stanza.
E mentre il domestico precedeva ad ubbidire, Sgritti, levando la donna fra le sue braccia, stava per entrare sotto il portone.
Ma a quella stretta assai meno che casta del vecchio libertino, le forze e la cognizione ritornarono in Fulvia. Si sciolse e ributt quell'uomo che cos audacemente la stringeva a s. Il banchiere faceva per riafferrarla; quand'ecco un nuovo venuto scantonar lesto di sotto l'atrio per uscir dal portone, e trovarsi a fronte di Sgritti e di Fulvia. Il marito della signora Eugenia mand una esclamazione di stupore nel riconoscere Cesare, e questi arretr impallidito nel trovarsi innanzi sua moglie che si dibatteva contro il signor Sgritti.
Lei! Qui a quest'ora? esclam il banchiere.
Fulvia! Diceva a sua volta attonito il figliuolo di Carlo Debaldi. Come sei tu qui? E che fa ella, signor Sgritti, con mia moglie?
Sua moglie!... Ah, scusi, madama, io non l'aveva riconosciuta. Ma chi poteva supporre ch'ella si trovasse in questa strada, sola, in quella guisa?
Poi, volgendosi a Cesare, soggiunse con un sogghigno che non era privo di malizia:
Potrei domandarle io, a mia volta, che cosa ella abbia fatto fino a questa ora cos tarda in casa mia?
Cesare balbett alcune confuse parole.
Ah, crede Lei ch'io sia disposto a tollerare di siffatti scandali? riprese con impeto d'ira il signor Sgritti.
Signore, interruppe Cesare; sono agli ordini suoi.
E i miei ordini sono che non si faccia veder pi in questa casa, altrimenti la fo mettere alla porta dai miei domestici a colpi di granata.
Giuro al cielo! grid Cesare che parve volersi lanciare addosso al banchiere. Fulvia pi bianca che una morta ma nel volto con quella espressione di risolutezza e di forza che gi aveva imposto altra fiata all'animo fiacco del marito, afferr costui per un braccio e gli disse in tono di comando:
Silenzio! Vieni, andiamo a casa... Ti aspettavo.
Sgritti approfittava di quell'intervento per affrettarsi a salire le scale, mentre Fulvia e Cesare uscivano nella strada.
Che imprudente e che imbecille! borbottava il banchiere. Farsi cogliere a quel modo e non trovare pure una magra scusa da dire!... non per me, ma pel domestico e pel portinaio che erano presenti... Ah! che giovent melensa  quella d'oggid.
Causa del fatale incontro era stato l'indugiarsi di Sgritti in istrada intorno a Fulvia. La signora Eugenia, udito arrivare, fermarsi e poi ripartire la carrozza, aveva creduto suo marito rientrato nel suo appartamento, e quindi s'era affrettata ad accomiatare Cesare.
La crudelt di trattamento usatagli da mademoiselle Julie, il disappunto avuto con Fulvia non erano circostanze da indurre il banchiere a dar generosa passata ai manifesto sfregio. Egli sentiva in corpo una maledetta bizza cui aveva bisogno di sfogare.
Entr in istanza della moglie coll'ira negli occhi e la minaccia alla bocca. Ebbe luogo una scena violenta, in cui la signora Eugenia svenne due volte e consum una intiera boccettina di acque di odore. Sgritti ebbe una indigestione tremenda che gli minacci un colpo apoplettico.
Il domattina, per tempo, fu mandato a chiamar Padule come consigliere ed arbitro fra i due coniugi. Eugenia in letto aveva fatto una toilette d'ammalata che la rendeva assai seducente in mezzo alle mussole ricamate ed alle trine de' suoi cuscini, della sua cuffietta, del suo giubboncino. Ella non voleva udir motto di conciliazione, faceva la disperata, proclamava la sua innocenza, parlava di separazione, asciugava con grazia, merc il fazzoletto di pizzo, delle lagrime assenti, e le rasciugava con tanta arte da non portar via il belletto dato alle guancie per far pi viva l'ardenza dell'occhio desolato. Nella penombra di quella camera profumata l'artifiziosa belt dell'accorta donna spiccava con infinita efficacia.
Padule era, come si suol dire, padrone del campo; ma era per soggetto a quei vezzi potenti per tanto artifizio. I patti dell'accordo furono dibattuti e fermati fra il primo commesso e la signora Eugenia, cos che fra loro non vi fu sconfitta da nessuna parte, e vi fu vittoria da tutt'e due. Il marito, abbattuto dalla grave indisposizione sofferta, si lasci persuadere agevolmente di tutto che Padule volle. Cesare fu completamente sacrificato dalla signora Eugenia al risentimento del marito e dell'amante antico. Dopo quel temporale torn la primitiva calma sull'orizzonte di quell'immorale matrimonio a tre.
Pi seriamente grave era la scena coniugale che avveniva fra Cesare e Fulvia.
Appena fuori del palazzo Sgritti, Cesare aveva incominciato a interrogare la moglie sulla sua strana comparsa in quel luogo; ma Fulvia con quell'autorevole imponenza da cui, pur suo malgrado, Cesare si sentiva soggiogato, gli comand si tacesse.
Non qui, non ora vuolsi parlare fra di noi: diss'ella asciuttamente. Ci spiegheremo fra poco a casa nostra.
La povera donna camminava a stento col passo vacillante: Cesare la volle sorreggere.
Lasciatemi! grid essa con forza, scostandosi da lui come inorridita a quel tocco.
Camminarono in silenzio sino a casa. Il freddo della febbre faceva sempre battere i denti a Fulvia; a Cesare quel silenzio era grave e pi penoso d'ogni rimbrotto, ma non aveva parola fatta por romperlo. La donna pareva nella sua indignazione aver attinta nuove forze. Quando furono in alto delle scale, entro la povera cameretta dei povero quartiere in cui la vanit di Cesare aveva ridotto la sua famiglia, la giovine madre stette innanzi al marito cos severa nella sua pallidezza, con tanta riprovazione nell'alteramento delle sue sembianze, che Cesare vide in essa, non un'afflitta che sta per lamentarsi, ma un superiore che sta per giudicare.
Fulvia: diss'egli con impaccio e quasi supplichevole.
Ma essa non lo lasci continuare.
So tutto! esclam con una calma solenne, in cui nobilmente si nascondeva il mortale dolore dell'ultima illusione perduta. Vi hanno degli esseri al mondo che portano seco la sciagura di tutti quelli che li avvicinano, di tutti quelli che li amano sopratutto. Voi siete di codestoro. Guardatevi dintorno! La fatalit vi vuole stromento di dolore, e la colpa dell'anima vostra si fa complice della fatalit.
Fulvia! torn ad esclamare il misero oscillante fra l'abbattimento e la ribellione, fra il pentirsi e lo sdegno.
Non vi far altri rimproveri. Venni informata dei vostri diportamenti. Una fiera gelosia, lo confesso, la speranza altres di scoprirvi innocente, mi trassero col, mezzo smarrita... Voi vedete che anche adesso io non ho la piena padronanza di me, e lotto per contenere in s il mio povero cervello che mi sembra minacci di scoppiare... Ah! se sapeste quanto soffro...
Cielo! interruppe Cesare, commosso realmente a quelle parole, all'accento con cui erano dette, all'espressione di straziante angoscia che avevano i leggiadri lineamenti di sua moglie. Oh ascoltami, amor mio...
E fece un moto, avvicinandosele, come per abbracciarla.
Ma ella si ritrasse vivamente indietro, e una fugace fiamma di rossore le corse alle scialbe guancie, e una contrazione subitanea le alter i tratti del volto, come procura l'improvviso impeto di dolore a colui che senta un aspro contatto sopra una piaga viva.
Non pi! grid ella con forza. Siate almeno pietoso di tanto da non farmi udir pi di tali parole su quelle labbra che poc'anzi...
S'interruppe sovraccolta da soverchia emozione; poi soggiunse con profonda amarezza:
Non profanatemi almeno i ricordi d'un passato a cui ho creduto sinora... Voi mi avete indecorosamente mentito. Potrei molte cose perdonarvi, ma non che vi siate degradato voi medesimo ai miei occhi, non che vi siate reso indegno della mia stima. Se io non fossi madre, vorrei che le nostre esistenze e le nostre sorti fossero divise, come oramai il vostro fallo ha diviso i nostri cuori; ma non voglio che mio figlio abbia da crescere in mezzo allo scandalo e al malo esempio di una separazione fra i suoi genitori. Io per, che non vi ho domandato e non vi domander mai conto di tutto ci che vi ho abbandonato, ho diritto e debito, e voglio domandare conto della mia dignit di moglie e di madre. Avete calpestato il mio cuore; non lascier che calpestiate il mio decoro.
Fulvia, ascoltatemi per carit! supplic Cesare vinto e dominato dalla superiorit d'animo di sua moglie.
E questa collo stesso accento continuava:
A che ascoltarvi? che cosa potreste dire? Vorreste ricorrere a scene puerili che vi abbasserebbero di pi e non altro? Pensereste forse potermi raggirare con menzogne?... Ah Cesare, io vi ho amato assai, assai, come forse voi non sapeste nemmanco comprendere, e in quell'amore posi la miglior parte di me: ma voi avete fatto di tutto per uccidermelo in cuore, codesto amore, ed ora...
Fulvia! proruppe Cesare, quasi spaventato alla minaccia di quelle parole. Oh che di' tu?... Oh non dire!
E la infelice donna non pot realmente dir altro, perch oppressa ad un tratto da quel male contro cui lottava da parecchie ore, vacill e sarebbe caduta per terra, se Cesare non l'avesse prontamente afferrata e sorretta.
Fulvia! Fulvia! chiamava Cesare atterrito, sentendo la giovine donna pesare sulle sue braccia come un cadavere, vedendone la faccia sbianchita e gli occhi spenti come quelli d'una morta.
La port sopra il letto e si pose intorno a lei con ogni mezzo che seppe immaginare per farla rinvenire, e poich dopo un tempo, che allo spasimo e allo sgomento ond'era posseduto parve eterno, non la vide risensare, egli con quella sua solita facilit degli eccessi si abbandon alla disperazione, accusandosi d'avere ucciso sua moglie, domandando perdono a quel corpo insensibile colle pi calde parole, protestando con tutta la veemenza della passione in mezzo a scoppi di pianto, che l'amava sempre e di pi che per l'innanzi, e sola al mondo.
Tutta la casa fu desta al rumore, e i genitori e la sorella di Cesare accorsero spaventati alle grida ed ai singhiozzi di lui, pi spaventati ancora di poi alla vista di Fulvia svenuta, cui nulla pareva poter pi richiamare alla vita.
Si dovette por freno ai prorompimenti di Cesare che aveva perduto la testa; e ci fece coll'autorit paterna il signor Carlo. Poscia, mentre le donne si affaccendavano intorno alla giacente, i due uomini determinarono di correre in traccia di qualche medico e di farlo venire ad ogni costo, quantunque si fosse nell'ora meno propizia della notte.
Mentre il suocero ed il marito giravano per la citt in cerca d'un uomo dell'arte, Fulvia tornava finalmente in s fra le braccia di Luisa e della madre di Cesare. Girava essa intorno uno sguardo dissennato, e, come se volesse, raccogliere le idee sparse e fuggenti, portava le mani riarse alla fronte ardentissima.
Dove sono? Che c'? domandava con fioca e manchevole voce, fissando attonita in volto la suocera e la cognata. Che cosa fate qui? Che volete?...  giorno? Perch non siete nel vostro letto a dormire?... E Cesare?
A questo nome le torn confusamente la memoria di quello che era intravvenuto. Gett un grido che si converse in uno scoppio di tosse profonda, per cui pareva doversi rompere il suo debol petto, mentre quella spaventosa schiuma sanguigna le tornava agli angoli della bocca.
 uscito Cesare? ripigliava essa, appena lo poteva, colla voce che le si era fatta rca e sibilante. Lasciatelo andare... No, non chiamatelo Egli forse sar l l... Ah! bisogna che non ci pensi... no, no, che non ci pensi perch voglio vivere. Se fossi io sola che cosa m'importerebbe la vita oramai? Ma ho un figlio, gli  per lui che voglio vivere lasciatemi vedere mio figlio...  nella vista di lui che prender forze per superare questo male.
Non volevano acconsentire al suo desiderio, per timore la si conturbasse di pi, e la esortavano a volere star quieta ed aspettare; ma ella insisteva cotanto che stimarono miglior consiglio il contentarla. Il piccino fu levato dalla culla e posto presso lei sopra il letto; ma in far ci fu egli desto dal sonno e si cacci a piangere.
Gli  per causa mia che piange: disse Fulvia con amarezza. Vedete se non sono disgraziata! Ho da far piangere chi amo pi di tutto al mondo?... Ah! chi ho amato tanto ha fatto piangere anche me. Non ditelo a nessuno per carit di Dio!... Ho pianto molto e non avevo ancora pianto abbastanza... Fate tacere quel bambino. La sua voce mi rompe questo povero cervello indolorito, che ha tanto, tanto male.
La suocera si affrettava a rimettere il bimbo nella cuna.
Ah quanto male mi hanno fatto!... Qui, qui (e si serrava la testa con le mani convulse), ed anche qui... (e si premeva il petto affannoso); tanto che Ges non ha dovuto soffrir di pi nella sua passione... E non dovevano farmi cos... No, non dovevano!... L'usignuolo e il rigagnolo l in fondo al giardino avevano udito i giuramenti... Io li chiamer in testimonianza, ed essi diranno se io aveva diritto di pretendere alla sua fede.
Luisa e sua madre si guardarono con isgomento. Fulvia sotto l'invasione dell'accesso febbrile cominciava a vagellare.
Era quasi il mattino quando Cesare riusciva a condurre un medico presso sua moglie. Lo stato di questa era grave, e il male compariva assai complicato perch il dottore potesse dire alcun che di preciso a quella prima visita; scrisse una pozione calmante, e pi tardi le fece cavar sangue: il domani Fulvia era sollevata, ogni pericolo imminente era allontanato, ma il medico non taceva che le conseguenze potevano esser pi gravi di quello che altri avrebbe pensato.
Cesare fu pieno di zelo e di attenzioni per la inferma. Essa era verso di lui senz'amarezza affatto, ma nelle sue maniere qualche cosa appariva di mutato riguardo al marito.
Fulvia dopo quindici giorni era entrata in convalescenza, e Cesare, rimettendo gi della zelante cura verso la moglie, cominciava ad assentarsi di casa e a riprendere le sue antiche abitudini, senza che Fulvia paresse menomamente interessarsene; l'effetto prodotto sull'animo di lui dalla scena di quella notte veniva gi a poco a poco dileguandosi; quando accadde un giorno che Luisa, andando ad aprir l'uscio di casa ad una modesta e quasi esitante tirata di campanello, si trov innanzi un signore con volto dolcemente commosso, il quale la chiam per nome con molto affetto e le tese le braccia.
Luisa gett un grido di sorpresa e di gioia, si gett al collo del nuovo venuto, riconoscendo Emanuele.
Dietro il bravo figliuolo appariva la pancia ancora pi rotonda di prima, il viso ancora pi rubizzo e il naso ancora pi pavonazzo di Giacomo Stefano Broeck.
I due buoni angioli della famiglia Debaldi erano tornati.
...
.
...
Capitolo 14.
...
.
...
Carlo Debaldi non aveva mancato di scrivere ad Emanuele le traversie che avevano assalita la famiglia.
Un giorno Emanuele era entrato impetuosamente nel gabinetto del principale, una lettera in mano e la faccia profondamente sconvolta.
Ah signor Broeck, aveva egli sclamato, se sapesse!
Il buono svizzero a questa improvvisa irruzione aveva sussultato sulla sua seggiola.
Che c' ragazzo mio? Tu mi hai una cera da malaugurio che mi mette i griccioli addosso.
Il giovane gli diede a leggere la lettera che aveva ricevuto allor' allora.
Broeck la lesse e rilesse, borbott, scosse il capo, si alz da sedere e passeggi con moto vivace per la stanza a suo modo, coi segni d'una spiccata contrariet e d'un malcontento. Poi si ferm in faccia ad Emanuele e gli disse brusco:
Ebbene? L'hanno fatta! Doveva arrivare un giorno o l'altro. Quel cervello di semola cotta che  Cesare...
Emanuele fece un movimento.
Sissignore, soggiunse Broeck con forza, come per antivenire ed impedire una contraddizione: ti dico che  lui, il sor Cesare, causa e colpa di tutto. Eh! lo prevedevo. Imparino tutti; egli primo nella sua vanit da due quattrini, e la famiglia poi nella sua cieca fiducia in esso. Sta bene! Hanno ci appunto che loro si doveva.
Ma, signor Broeck
Ti dico di s... Ah! per l'appunto, tu, mio bell'umore, che cosa pensi di fare?
Io? E me lo domandate?
Te lo domando sicuro, perch sono cento le cose che ti possono venire in testa.
Ve n' una sola. Quella di fare il proprio dovere.
Bravo, signor bocca d'oro! Ma d'intendere il proprio dovere c' millanta modi... Come lo intendi tu, figliuolo mio?
Io voglio partire senza ritardo per Torino; e sono venuto a torre commiato da voi.
Ecco l tu parli benissimo... e la sbagli.
Signor Broeck!...
 un'idea da eccellente figliuolo e da bravo ragazzo come sei; ma ti dico io che questa prima idea ha torto.
Signor Broeck!...
Un corno!... Dai retta. Tu devi soccorrere la tua famiglia. Va benissimo; siamo d'accordo. Ma con che mezzi? Con quelli  il buon senso che lo dice che sieno i pi sicuri ed acconci. Dico bene? Ma se tu mi pianti qui di brocco, arrecandomi un pregiudizio che non  una buggera, e togliendoti a te stesso una bella sorte ed un miglior avvenire, pensi tu di farla a dovere, eh? Nix, signor mio Facciamo il caso come pu succedere. Tu aggruzzoli tutti i tuoi risparmi e corri col a mettere un po' d'unto nelle loro ruote coi tuoi denari, e la baracca si fa a camminare per un poco. Benone! E poi? Converr che ti cerchi anche tu lavoro e guadagno. Pap Broeck, che tu pianteresti in sul migliore, ti volterebbe poi le spalle, ragazzo mio, questo te lo do per frumento secco; e tu appena se potresti avere tanto guadagno da bastare a te stesso in quel tuo paese laggi, dove le occasioni di arricchire sono scarse, chi non truffi alla borsa, chi non avveleni i suoi concittadini col pretesto di una trattoria o di una bottega da caff. Hai capito? Alle corte, Broeck ha bisogno di te e non ti lascia andare; e, se lo pianti, guai!... E non dico mica di tenerti qui a perpetuit. Odi questa, e se ci fai il niffolo sei pi che ingrato, sei uno sciocco. Terminata la bisogna per cui mi sei indispensabile, andremo in Piemonte insieme per mettere in sesto definitivo le faccende di quel povero Carlo ed averne il cuor libero; ch ancor io, dovresti saperlo oramai, non sono un turco e moro, e di bene ne voglio assai a tuo padre. Oh! la ti va cos?
Ma intanto?
Intanto nulla t'impedisce di mandar loro qualche soccorso ma discreto; e te ne dir anche il perch di codesta discrezione. In un po' di tempo durante cui debbano litigare col pane, ci hanno tutti da imparare, e pi di tutti quello sconclusionato di Cesare. Chi sa, che, vedendo la sua famiglia a tal punto ridotta per sua colpa, quel cervelluccio da passerotto non acquisti un miccino di senno e che al nostro sopraggiungere non lo troviamo poi convertito e capace d'esser fatto un uomo!
Ma pure
Niente!.... Sai che cosa sia la parola di Giacomo Stefano Broeck o non lo sai? Se s, chiudi il becco; se no, vatti a far benedire e non rompermi le tasche.
Gli era perci che Emanuele non aveva potuto volar subito a Torino, dopo la disavventura capitata ai suoi. Ma egli si mise con tanto ardore a sbrigare quelle faccende per cui Broeck abbisognava dell'opera di lui, che pi sollecitamente di quanto altri avrebbe creduto, fu la bisogna spedita con soddisfazione grandissima del principale.
Il bravo giovane stava per domandare a quest'ultimo gli concedesse finalmente licenza di partire, quando Broeck medesimo lo prevenne.
E cos? Gli diss'egli con quell'accento di motteggio che gli era abituale. Vogliamo noi fare un piccolo viaggetto di piacere? M' avviso che partendo di qua domani, in fin della settimana si pu essere indovina mo' dove?... A Torino, o ch'io sono un asinaccio, calzato e vestito.
Emanuele, il quale ora diventato famigliarissimo col suo buon principale, gli salt al collo addirittura, sclamando:
Oh grazie, grazie!... Che Dio vi benedica!
Che il fistolo ti colga! Grid Broeck con burlesca indignazione, sotto cui egli appariva pur tuttavia commosso. Vuoi tu strozzarmi?... Che s che allora non ti fa piacere ch'io ti sia compagno di viaggio!
Come, signor Broeck, verreste anche voi?
Con sua licenza, illustrissimo! Il signor Broeck avr qualche cosuccia da trambustare per col ancor egli... E ti dico io che il suo viaggio non avr da essere inutile. Corpo del diavolo! Il sor Vannetti se ne accorger.
E cos era avvenuto che quel di Luisa, andando ad aprire l'uscio di casa, si trovasse innanzi il fratello e l'antico padrone di fabbrica.
Non istar a dirvi le accoglienze che fecero ai due arrivati i genitori di Emanuele e Fulvia medesima, la quale gi levandosi di letto, ma non potendo ancora reggersi in piedi, stava sdraiata sur una poltrona presso al caminetto, con tali nelle sembianze le impronte del male, che chiunque la vedesse la diceva sfuggita per miracolo al sepolcro. Cesare non era in casa.
Qual dolorosa sensazione producesse in Emanuele la vista di Fulvia in quello stato,  facile immaginarlo; ma per, mentre egli sent profonda e vivissima la piet, conobbe del pari come la tenerezza che aveva per lei non era pi della natura di prima e ch'egli poteva, senza scuotimento e senza dolore, stringerle la mano e baciarla in fronte, quasi una sorella.
Chi non pot a niun modo frenare le sensazioni che provava, fu Broeck.
Belle cose codeste! In belle acque avevamo da trovarvi al nostro ritorno! Borbottava egli sbuffando e trottando su e gi per la camera a modo suo. E ne ho gusto... Sissignore ne ho gusto, perch siete voi che l'avete voluto... Bella fortuna che vi ha dato quel bellimbusto di Cesare!...
Signor Broeck! esclamarono Carlo supplichevole ed Emanuele con rimprovero.
Eh! lasciatemi parlare, o che affogo... Vedete questa poverina che da ragazza la era un ghiotto bottoncin di rosa!... S signora tale e quale!... Ed ora?... L! Bene! Ecco che le caccio le lagrime agli occhi. Sono un bestione. La  intesa! Ed anco questa giovanetta (soggiunse volgendosi a Luisa)  tutta spallidita... Via non piangete, Fulvia, che aggiusteremo tutto. Siamo qui apposta Emanuele ed io... E dovessi trangugiare il cavallo di bronzo, vi far ritornare quei bei giorni in cui correvate tutte due pel giardino laggi alla fabbrica, o che ci perder il nome.
Fulvia scosse la testa.
Ah! quei giorni non ritorneranno pi! Diss'ella con accento di tanto dolore che a Broeck medesimo glie ne venne il pianto agli occhi.
Si asciug egli di fretta le lagrime colla mano, e riprese con maggior bruschezza di tono:
S, s, che diavolo! Ve lo dico io... E per prima cosa bisogna pensare a guarir bene... Lo voglio!... Ci sar pure un medico che sapr aiutarvi a tornar presto quella che eravate. Se non c' qui, in questo diavolo di un paese, lo cercheremo altrove, finch lo troveremo. Me ne prendo io l'impegno. Guarita che siate per benino...
Qui si rivolse di botto a Carlo.
Ah! voi mi direte tutta la storia sino all'ultima virgola... Sono ansioso di sapere per bene i diportamenti di quel caro Vannetti.
Carlo gli disse tutto. Quando ebbe udito ogni cosa, Broeck, il quale, fatto straordinario, era stato tranquillo a sedere durante venti minuti, sorse di scatto e corse a pigliare le mani della madre di Cesare.
Povera donna! diss'egli. Di molte lagrime avranno versato questi occhi di madre!... State di buon animo ora, che avrete finito di piangere.
Diede un colpettino con due dita sulle guance di Luisa che gli era presso in quel momento.
Anche tu, giovinetta: soggiunse.
Poi, correndo di nuovo da Fulvia:
Quanto a voi siamo d'accordo. I migliori medici e che mi restituiscano presto quel visino fiorito che ero solito di vedere in voi. Tu, Emanuele, rimani qui coi tuoi finch ti piace, ma per dormire, siccome qui non c' luogo, verrai a casa mia. Ho ancora le mie stanzine su al mio quarto piano... Dunque allegri, non pi lagrime, e crepi la melanconia.
Se ne part frettoloso, secondo il suo solito, lasciando per davvero in quella povera famiglia una speranza e un po' d'allegria. Corse in traccia d'uno dei pi famosi medici, e poi recossi al magazzino di cotone, dove sperava di trovare e trovava infatti Gaspare Vannetti. Del colloquio che ebbe luogo fra i due socii, vedremo pi tardi le conseguenze.
Cesare rientr a casa pel pranzo, tardi e di perfidissimo umore. La vista di suo fratello parve mortificarlo pi assai che rallegrarlo.
La ragione del cattivo umore di Cesare era che quel giorno medesimo egli s'era ripresentato al palazzo Sgritti per vedere la signora Eugenia e che n'era stato respinto per tre volte di seguito colla frase ordinaria che madama non era in casa. Uno scudo di mancia dato al domestico l'ultimo che rimanesse nel taschino del suo panciotto aveva fatto conoscere al debole marito di Fulvia che a suo riguardo la signora Eugenia aveva decretato un vero ostracismo dal suo palazzo.
Il dispetto e la vergogna gli posero in cuore il rimorso d'aver ceduto alla tentazione di tornar a calpestare quelle soglie colle quali il suo piede non avrebbe dovuto avere attinenza mai pi. La venuta di Emanuele lo trov quindi acconcio ad arrossire dei fatti suoi. Fulvia un po' animata dalla gioia di quel ritorno, da una certa indefinita speranza che avevano fatto nascere in tutti le parole di Broeck, appariva in migliore condizione di salute, ed avreste detto tornato in lei quel delicato fiore di avvenenza sensitiva che era stato suo pregio. Cesare lo not seco stesso con qualche emozione.
Pi tardi sopraggiunse Broeck. Gli  da costui che il marito di Fulvia temeva un subbisso di rimproveri e di consigli; ma non fu cos. Broeck parve fare appena attenzione al fratello di Emanuele. Annunzi a Fulvia che il domattina sarebbe venuto un bravo medico a vederla, e stesse apparecchiata a seguir quella cura che le venisse consigliata; disse a Carlo che fra pochi giorni avrebbe avuta una comunicazione da fargli; e non fu che sul punto di partirsene con Emanuele ch'egli trasse Cesare in disparte e gli parl nella forma seguente con accento asciutto e quasi di comando.
Domani mattina alle dieci, verrete in casa mia. Non mancateci, ch non si tratta mica di bazzecole, e ricordatevi che Broeck non ama star l ad ammuffire aspettando.
Cesare, un po' conturbato, diede solenne promessa di trovarsi esatto al convegno; e la mantenne di fatti.
Broeck lo accolse in un modo che per lui era affatto nuovo: freddo ed asciutto e con pochissime parole. Il giovane fu ferito da questi contegni pi che non sarebbe stato da tutti i rampognosi sermoni ch'egli si aspettava e ch'era venuto rassegnato a sopportare. Lo svizzero condusse il marito di Fulvia nel suo salottino pi che modesto di suppellettili e di arredi. In esso dalla parte opposta a quella per cui entrarono, si apriva un uscio a cristalli che metteva nella stanza da letto di Broeck medesimo.
Questi and a sedersi vicino al camino, in cui era acceso un bel fuoco, e curvandosi verso la fiamma che s'agitava allegramente, per riscaldarvisi le mani, disse con quella nuova asciuttezza:
Vi ho fatto venire per due cose; perch intendiate ci che certe persone avrebbero detto a me, e poi perch udiate quello che io ho qui nel gozzo per dire a voi. A momenti verr tale che qui aspetto, e voi passerete di l nella mia camera, d'onde potrete e vi comando ascoltare tutto ci che qui si dir. Avete capito?
Cesare, a cui Broeck non aveva n con parole, n pure per cenno fatto invito a sedere, stava ritto innanzi al fabbricante in attitudine proprio d'un reo. Dopo alcuni minuti una scampanellata annunzi l'arrivo d'un visitatore. Cesare pass nella camera di Broeck, e l appiattato dietro l'uscio, rimovendo un poco le tendoline che scendevano dalla parte della stanza da letto, vide traverso i cristalli rientrare nel salotto Broeck accompagnato da un giovane che riconobbe pel figliuolo del medico del villaggio.
Signor mio: incominci lo svizzero senz'altro, appena ebbe fatto sedere il nuovo venuto innanzi a s presso al fuoco. Ella mi perdoner il disturbo che le ho dato chiedendole questo colloquio jeri che l'ho incontrata a caso per istrada, quando ne sappia il motivo. Ella certo non ignora come io sia antichissimo amico della famiglia Debaldi, e qual vivo interesse io riponga in tutto ci che la riguarda.
Il giovane, all'udire nominata la famiglia di Luisa, arross, e fece un segno affermativo col capo.
Sapr d'altronde che uomo franco e brusco sono io, e non si inalberer se entro di botto in certi discorsi molto delicati e di rilievo. S'io non erro v'era un disegno di matrimonio in cammino fra lei e madamigella Luisa.
Il giovane arross pi forte e rispose di s.
Desidero adunque che Ella schiettamente, come ad un vecchio amico, mi dica ora se questo progetto  definitivamente abbandonato...
Il figliuolo del medico interruppe vivamente:
Oh, no... Per mia parte, no certo, e non sar abbandonato mai... Ma l'esecuzione di esso pur troppo (e qui mand un profondo sospiro)  rimandata a chi sa quando.
E qui raccont come, fatto impossibile al signor Carlo Debaldi lo assegnare a sua figlia quella dote che aveva promessa, il medico padre del giovane non aveva voluto acconsentire a ci che lo sposo voleva fare, cio impalmare senz'altro la Luisa come se nulla fosse mutato; che allora egli, il giovane, non volendo disubbidire a suo padre, ma non reggendogli il cuore di rinunciare alla ragazza che amava, s'era impuntato a guadagnarsi egli col suo lavoro quel capitale che il medico voleva irremissibilmente come dote della sua nuora, e che per far questo guadagno era egli venuto a Torino, dove le occasioni erano maggiori di ottenere l'intento, e dove lavorava come un disperato per giungere pi presto alla meta. Ma pur troppo vedeva che questa era ancora lontana e non sapeva fissare un tempo in cui l'avrebbe raggiunta.
Veda mo': soggiunse per conclusione, mai pi sospettando d'avere altro uditore che il buon Broeck; veda quanto male ha fatto quello scervellato di Cesare, che ha rovinata la sua famiglia ed impedita la nostra felicit!...
Ha ragione; interruppe Broeck. Quel pazzerello ha fatto molto male ed a molti... Ma tutto non  ancor perduto, e chi sa!... Intanto lasci che io le stringa la mano di tutto cuore mio caro giovinotto. Lei si merita di esser felice, e lo sar.
Quando Broeck torn nel salotto, dopo aver accompagnato sino all'uscio il giovane che partiva, trov Cesare dritto cogli occhi bassi e l'aspetto mortificato.
Lo so che ho fatto del male: diss'egli con voce soffocata: anche la felicit di mia sorella ho sacrificata!... Ma Ella disse giusto, signor Broeck, riparer tutto...
Ed  gran tempo che lo facciate: interruppe rozzamente lo svizzero. Ma come volete prendervela?
Lavorer.
In che modo?
Cesare parve esitare nella risposta. Fu udito altra volta il campanello, e Broeck lo fece di nuovo nascondere come prima. Nel secondo venuto fu con grande maraviglia che il marito di Fulvia riconobbe il giornalista Arlotti.
Dopo i soliti convenevoli, Broeck cominci:
Le dico subito il motivo che mi ha fatto pregarla di concedermi questo abboccamento. Lei  amico di Cesare Debaldi?
Amico, rispose Arlotti con leggerezza, veramente non si pu dire... Amico di societ, dove si danno tal nome tutti quelli che si parlano tre volte, ed alla quarta si scambiano una stretta di mano.
Quanto meno Ella lo conosce, e sa per che cosa spenderlo...
Oh questo s.
Da bravo! La prego adunque a dirmi qui adesso a me soli come siamo tutto ci che Lei pensa di quel giovane, del suo ingegno e delle sue capacit.
Che? Ella vorrebbe?
S, signore. La famiglia di lui ha tuttavia una gran fiducia nei talenti che esso possiede. Se questi talenti sono realmente tali da poter ancora riuscire qualche cosa nelle lettere, bene: si lascer Cesare per quella strada; ma se non sono che una illusione, allora capisce che dovremo far di tutto per farlo volgere ad altre cose pi fruttuose.
Il giornalista si raccolse un momento e poi rispose con serio accento di sincerit:
Ha ragione. Conosco troppo il suo carattere, signor Broeck, per dubitare delle sue intenzioni, e le dir tutto quello che mi pare la verit. Tali cose non le direi al signor Debaldi, sicuro di farmene un nemico implacabile; ma ella sapr poi servirsi delle mie parole, senza compromettermi innanzi a quell'orgoglioso.
Stia certo: disse Broeck con un sorrisetto che Arlotti fu ben lungi dall'interpretare a dovere.
Cesare socchiuse l'uscio dietro cui si riparava, e tese avidamente l'orecchio.
Ecco qui, continuava il giornalista: ho dato adesso dell'orgoglioso a Cesare Debaldi, ed egli  qualche cosa di diverso:  un vanaglorioso che  molto peggio. Non v' nulla che accechi cotanto un uomo sul proprio conto come la vanit. L'orgoglio esagera i meriti che uno abbia; la vanit li inventa di pianta. Questo  il caso di Cesare... o press'a poco...
Come: esclam Broeck. Questi meriti in lui non ci sarebbero?
Il meno possibile. Egli ha una certa facilit d'apprensione, una tal quale felicit nell'esprimere piccole cose e piccole idee, l'abilit di far suoi i pensieri altrui che incontri nel suo cammino, e di atteggiare il suo stile alle forme dell'ultimo autore che ha letto: ecco il suo bilancio attivo. Quanto al passivo, se vuole che io glie lo dica, manca di studii serii e perci di dottrina, manca della fermezza di volont necessariissima per applicarsi e per fare. Con quei mezzi l non si fa nulla di durevole, di sodo, di meritevole d'attenzione in nessun genere di letteratura. Pi utile il villano che zappa la terra; meglio il misurare al metro della stoffa dietro il banco di un fondaco. Il mondo, e i giovani sopra tutto, credono che per mettere nero sul bianco e far gemere i torchi, bastino il sapere infilzare quattro parole insieme senza troppe offese alla grammatica, e l'avere in mente quattro ideuzze che bene spesso sono ricordi di fatte letture, e che nel piccolo cervello acquistano le proporzioni di colossi. Cesare Debaldi ha creduto d'essere un genio, aiutato in questo errore dalle illusioni della famiglia sul suo conto. Bisogna che rientri nella verit. Faccia l'avvocato, il notaio, il procuratore, il mercante, l'agente di cambio o l'impiegato, ma rinunci alle lettere ed alla gloria. Ecco la verit, ecco la sua salute!
Ed io la ringrazio d'avermela detta questa verit... E Cesare la sapr ancor egli... in bella maniera, ma la sapr... E spero che ci varr a fargli mettere cervello a partito.
Arlotti prese congedo e Broeck lo accompagn sino alla porta del quartieretto.
Oh! che m'avete voi fatto ascoltare? disse di poi Cesare, pallido, confuso, disfatto da far piet. Voi avete posto un ferro rovente sul mio povero cuore.
Mio caro: a certi mali, rimedii eroici... Del resto, ti confesso che tutte le cose dette da costui sono quelle che gi sin dapprima credevo ancor io.
Sono dunque buono da nulla? Esclam Cesare con amarezza. Non mi resta pi che morire.
Eh via! Queste sono sciocche esagerazioni di debolezza esaltata. Non sei mica disonorato, babbuino, perch non sei un genio. I novecento novantanove mila, novecento novantanove, a questo patto dovrebbero accopparsi per lasciar vivere un solo del milione?... E ancora!... Non si ha mica bisogno d'esser genii quaggi, ma d'essere onesti uomini.
In quella s'ud nuovamente il suono del campanello.
 qui l'ultima delle persone che attendo. Rientra col dentro: stappati ben bene le orecchie ed avrai il resto del carlino... Su, presto, sparisci ed io vado ad aprire.
Spinse Cesare nella stanza vicina, e corso all'uscio di fuori, introdusse in casa un uomo di et matura, di sembianze gravi, tutto vestito di nero, al quale egli dava il titolo di dottore.
S'accomodi, signor dottore, disse Broeck, e mi parli subito di ci che, com'Ella sa, mi sta a cuore. Ha vista stamattina l'ammalata ed esaminatala bene?
Vengo adesso di l come le avevo dato parola di fare.
Ebbene?
Le dir francamente la verit. La giovane signora Debaldi  minacciata niente meno che da una tubercolare.
Tubercolare! Esclam Broeck allargando tanto d'occhi.
S signore. Io non vorrei neppure giurare che uno dei polmoni non sia gi attaccato.
Uno dei polmoni? interruppe il mercatante. Ma questo vuol dire che la  tisica.
Bravo! Una tisi incipiente.
Broeck si diede a passeggiare su e gi in lungo e in largo per la stanza, agitatissimo. Poi venne a piantarsi innanzi al medico e gli disse con straordinaria gravit nell'accento.
Desidero due cose da Lei. La prima che mi dica quali possono essere state le cause di codesto male nella poverina; la seconda come si ha da fare per guarirla.
Le cause, rispose il medico, da quel che posso argomentare, sono come sempre, parecchie. Principale, forse, certe privazioni sostenute con troppo coraggio in momenti troppo crudeli, quando puerpera, quando allattava il suo bambino.
Cielo! Le privazioni?
S signore, quella giovane donna, gi debole di salute per sofferenze precedenti, avrebbe avuto bisogno sopra parto di essere circondata di agi e di ogni cura; invece tutto mi dimostra che ella dovette lottare coll'indigenza, e la sfinita sua natura ne soffr cos da render facile la lesione ad uno degli organi pi essenziali.
Broeck torn a passeggiare pi concitato che mai.
L'indigenza!... Ed io che non ci avevo pensato a codesto!... Coloro adunque che cacciarono la povera donnina in quello stato hanno da dirsi i suoi assassini?
Un gemito soffocato suon dietro i vetri dell'uscio. Era Cesare che si sentiva stringere il cuore dalla mano di ferro del rimorso.
Il medico ripigliava dopo un momento:
Lei mi ha sollecitato a dir tutta la verit.
Ma s, ma s, e ne la prego ancora.
Devo adunque soggiungere che a queste cause fisiche se ne unirono, e forse esistono ancora, certe altre morali, cui Ella forse pu conoscere, apprezzare e indicare meglio di me. In quell'anima v' un recente dolore tuttavia vivace...
Ah ah! Ella crede?...
E l'occhio di Broeck corse ai vetri dell'uscio, dietro i quali vide agitarsi le tendine.
Pu aver ragione soggiunse. Ora a noi!
Prese una sedia e la piant in faccia al seggiolone del medico, afferr le mani a quest'esso e continu con accento di calda supplicazione.
A noi, mio buon dottore. Si tratta di salvarla. Lei deve averne i mezzi. Non  vero che ce li ha? Bene: li usi, e in parola di Giacomo Stefano Broeck non si trover malcontento n di s, n di me, n di tutti quanti.
La guarigione allo stato del male non mi par difficile, rimovendo subito le cause che hanno prodotto il male.
Rimuoveremo.
E riparando con un regime acconcio i danni sofferti.
Ripareremo.
Bisogner farle cambiar clima.
Glielo lo faremo cambiare. Dove per esempio?
A Pisa.
Subito.
Tranquillit d'animo e agiatezza di vita. Se la poverina durasse ancora un anno nelle strette che ha dovuto sopportare sarebbe una donna morta senza rimedio.
Partito il Dottore, Cesare usc dalla stanza da letto pi pallido di prima, quasi vacillante. Si gett ai piedi di Broeck piangendo dirotto.
Ah! sono un tristo, esclam egli coll'emozione profonda d'un vero pentimento. Sono io l'assassino della mia povera Fulvia.
Broeck lo lasci in quella postura, guardandolo tra corrucciato e commosso.
Sai che cosa sei, anima fiacca? diss'egli di poi severamente. Sei un egoista e un poltrone. Vuoi correggerti e riparare al mal fatto?
S, s; grid Cesare, singhiozzando come un ragazzo.
Cessa di considerare la tua persona come il centro dell'universo, cessa di crederti superiore a tutti quelli che ti attorniano e che valgono pi di te, cessa dal pensare soltanto alla soddisfazione delle tue voglie e della tua vanit. Pensa ai tuoi doveri e mettiti a lavorare.
Io far tutto quello che voi vorrete, signor Broeck, mio buon protettore e padrone. Ah! se poteste vedere nell'anima mia!... Io assassino della mia Fulvia?... O cielo! Darei tutto il mio sangue per essa.
Alzati e possa esser questo un reale e sincero pentimento. Avviser che cosa sia meglio da farsi, e tu mi obbedirai.
Ciecamente. Tutto mi rimetto nelle vostre mani. Non avete che a comandarmi.
Ora ti comando di asciugarti gli occhi e di non fare il ragazzo. Lascia andare quell'aria da condannato e va presso a tua moglie a provarle che l'ami tuttavia e che sei degno ancora d'esserne amato, e Broeck si accinge ad aggiustar per bene le vostre faccende, o ch'egli  un asinaccio grosso come un bue.
...
.
...
Capitolo 15.
...
.
...
Alcuni giorni sono trascorsi e nel quartieretto della famiglia Debaldi, grazie all'intervento di Emanuele, alcuni contrassegni si possono avvertire che dinotano maggiore agiatezza. Anche gli animi di quella famiglia sono pi calmi e pi lieti. Luisa ha gi di quando in quando il suo allegro sorriso d'un tempo, perch senza darsene ragione, le entr in cuore una dolce speranza; e Fulvia medesima, se  triste pur tuttavia, non  per insensibile al pentimento che appare affatto sincero di Cesare ed alla nuova e calda affettuosit di lui per essa. Fulvia forse non gli ha ancora perdonato, ma ha sentito gi che potr perdonargli; forse ha conosciuto che se il primitivo amore non poteva rinascer pi nel suo cuore, avrebbe per potuto in seguito essere fra lei e il padre del suo bambino una tenera amicizia.
In Cesare il rimorso ha fatto tacere finalmente la egoistica vanit; e si affligge nel profondo di essere stato causa di tanto male, d'aver perso l'amore della moglie, di sentirsi buono da nulla. Broeck approfitta di queste acconcie disposizioni di quell'animo debole, per ottenere ci che vuole. Lo fa lavorare intorno alle sue faccende, e, misurandogli il tempo di libert, le correzioni e la lode, lo vien pian piano guidando, senza ch'egli se ne accorga, sur una nuova strada, non altrimenti che si farebbe con un malavezzo ragazzo.
Nell'ambiente di quella provata famiglia non v' ancora la gioia, v' gi la pace.
Un giorno il buon Giacomo Stefano entra coll'impeto d'una bomba in casa di Carlo, quando tutta la famiglia vi  radunata al pranzo comune.
Vengo a darvi delle gran novit, comincia egli passeggiando su e gi per la stanza, e non permettendo che nessuno si muova dalla tavola a cui tutti sono seduti. Prima di tutto, a cominciar da domani, vi darete intorno a preparare le vostre robe per un viaggio.
Per un viaggio? esclamano tutti.
Sissignori, un viaggio Non c' da guardarmi con tanto di quegli occhi larghi. Non parlo mica turco. Un viaggio sapete bene che cosa vuol dire.
Ma come, ma dove? ma perch?
Non rompetemi la testa e la loquela con tante interrogazioni. Voi mangiate tranquillamente, e lasciate parlar me, che capirete la macchiavellica dell'affare. Sono io che fo il viaggio, che ne ho bisogno.
Ah!
Non c' da fare n ah! n oh! signor Carlo mio garbatissimo. Io fo il viaggio e voi mi accompagnate. Sissignore Oh che? Avreste il cuore di lasciarmi solo, adesso che ho bisogno di avere qualcheduno attorno che voglia un po' di bene a questo carcame? Non ho famiglia, per mia sventura, ed ho fatto conto che voi me ne avreste tenuto le veci Ho fatto forse i conti senza l'oste?
Tutti s'alzarono per protestare con energia; ma egli, respingendoli bruscamente co' suoi burberi modi:
State l, state l, grid quasi corrucciato. Mangiate e lasciatemi dire... Non  colle parole che voglio mi proviate codesto, ma coi fatti.
Signor Broeck, disse allora vivamente Emanuele. Io sono pronto a seguirvi dappertutto.
Va benissimo E lei sar giusto uno di quelli che non mi seguir, perch qui ci sar bisogno di lei, ed io voglio un'altra compagnia.
Emanuele rimase tutto mortificato.
Via, via, soggiunse affettuosamente Broeck andandogli a battere sur una spalla, mio bravo Emanuele, non mettermi quell'aria afflitta. Sai se ti voglio bene... quasi come ad un figliuolo, te lo dico io: e se ti fo restar qui gli  per una ragione di conseguenza.
Si volse a Cesare:
N anco tu non verrai meco, tu trotterai in Germania per addestrarviti agli affari come ha fatto Emanuele, lavorando sotto la direzione d'un mio compatriota che  col, il quale ti render alla famiglia un uomo ammodo. Noi poi, voi Carlo, voi madama, tu Fulvia, ed io, vostro umilissimo andremo a Pisa.
A Pisa?
S... Non parlo abbastanza forte?... Pisa, che non  mica in Barberia... Ho bisogno di passar col questo resto d'inverno... e vi porto via con me... Tu poi, Emanuele, sai perch non vieni? Perch vai tosto a pigliar possesso di una fabbrica di tessuti di cotone che appartiene in societ a tuo padre, a te ed a tuo fratello, ed anche un pochino a quell'originale di Giacomo Stefano Broeck.
Esclamazioni di meraviglia, di interrogazione, di gratitudine, scoppiarono da tutte le parti; e il brav'uomo, cacciandosi le mani alle orecchie:
Non mi rompete i timpani... Non v' da far tanto chiasso... Sapete qual' quella fabbrica? La  quella dove avete passato fin adesso la vostra vita... Tu Emanuele, per prima cosa, fai cancellare la scritta: Broeck Vannetti e comp., e ci fai mettere quest'altra: Broeck e Debaldi. Va bene?... Sicuro! Quel sornione di Vannetti voleva vendere ad ogni costo. Ha trovato finalmente a soddisfare il suo desiderio, ed ha venduto a voi Debaldi padre e figli.
Ma come?...
Sicuro!... Da quest'oggi stesso andremo a finire tutto dal notaio... L'avete avuta a buon prezzo, poich io ho preso quel poco di buono pel colletto... moralmente s'intende... e l'ho trattato come conveniva.
Ma...
Ma come farete a pagare, volete dire?  tutto aggiustato. Vannetti ha avuto il fatto suo, mette berta in sacco, e non parla pi. C' stato un vostro amico, un vero amico che non  un usuraio, il quale vi ha anticipato i fondi. E' ne sar rimborsato dai risparmi di Emanuele che troveranno in ci un buonissimo impiego, e dagli utili della fabbrica.
Le espressioni della riconoscenza della famiglia Debaldi irruppero irrefrenabili e caldissime. Abbracciavano il buon Broeck piangendo, gli coprivano di baci le mani.
Zitto! zitto! Basta! Gridava egli con quella sua finta asprezza, ma commosso e colle lagrime agli occhi. Ho fatto ci che ho creduto di dover fare, e non seccatemi.
Luisa sola stava in disparte, dubbiosa, quasi peritosa, poco meno che addolorata.
Broeck and presso di lei e le sollev il visino preoccupato.
E tu, biricchina, non hai ancora voglia di sorridere tu? Scommetto che l'idea di andare fino a Pisa non ti piace affatto.
Luisa arross sino alla fronte, ma non rispose.
Rassicurati, continu il brav'uomo, che tu non ci verrai. Tu pure, andrai invece al paese. C' un bravo giovane che merita di averti, e cui tu meriti di avere, il quale non aspettava che un cenno per presentarsi a riappiccare le pratiche matrimoniali. Questo cenno glie l'ho dato io. Domani sera faremo gli sponsali, al principio della settimana ventura le nozze, e il giorno dopo noi partiremo.
La fanciulla rossa come una fragola si gett al collo della madre e l'abbracci strettamente.
Broeck ripigliava:
Tu, Emanuele, accompagni la sposa, e colaggi metti subito mano in pasta. Ti conosco. So che operosit nascondi sotto quell'aria da nesci. Farai bene, e credo che ora ci sia molto bisogno di tornare a dare impulso a quell'affare. Noi alla buona stagione ti arriviamo alle costole... E allora voi signorine, anche tu Luisa, quantunque abitante di un'altra casa, siete incaricate di rifar vivo quel bel tempo in cui i vostri scoppi di risa rallegravano l'eco del giardino... Tu poi, Cesare, avrai tanto pi corto l'esiglio, quanto meglio t'affretterai nel tuo tirocinio... Hai capito? Proverai un poco che cosa sia vivere lontano dalla famiglia, e, sentendo il bisogno e il desiderio di essa, sarai spinto a renderti degno della tua. Quando tu lavorerai, e saprai, e vorrai lavorare, sarai salvo. Non esco di l, io!
Tutto avvenne a seconda di quello che Broeck aveva determinato.
La separazione fra Cesare e Fulvia fu per lui pi dolorosa che non avrebbe creduto. Il pensiero che sarebbe stato tanto tempo senza vederla e che in quell'intermezzo ella avrebbe potuto essergli tolta, gli fece sentire che Fulvia era tuttavia cara assai al suo cuore.
In sull'atto quasi di separarsi, Cesare non resse pi all'interno sentimento che lo dominava. Trasse in disparte sua moglie e gettandosi in ginocchio innanzi a lei, non senza lagrime negli occhi, esclam con vera passione nell'accento:
Fulvia! Prima di partire io ti domando due cose. Senza l'una non saprei staccarmi ora da te; senza l'altra non vorrei tornare mai pi a rivederti: il tuo perdono, o Fulvia, e il tuo amore. Io t'ho fatta soffrir troppo, lo so, ma nella tua anima vi debbono essere tesori di bont da superare la grandezza delle mie colpe. Deh! perdonami! perdonami!
La giovane donna abbass lentamente una mano sul capo del marito che singhiozzava a' di lei piedi, come avrebbe fatto con un fanciullo pentito che implora.
Ti perdono; diss'ella.
E rendimi il tuo amore: insistette Cesare. Senza di esso non ha pi attrattive la vita per me, te lo giuro. Rendimelo in nome di nostro figlio, se non vuoi vedermi disperato del tutto.
Fulvia volse in l il viso.
Ah! ho compreso: disse il marito alzandosi con impeto e con un vero schianto di dolore. In quella sera fatale non fu adunque lo sdegno che ti mand alle labbra certe crudeli parole; fu una decisa ed irremovibile volont.
La giovine donna si volt ratta verso di Cesare, e gli pose una mano sul braccio.
Quelle parole, diss'ella vivacemente, io non le ho terminate allora. La sentenza non fu dunque pronunziata. Non obbligarmi ancora a pronunziarla adesso. Lascia che io ci pensi tuttavia, e meglio possa conoscere di te e del tuo mutamento. Parti, e se tu mi ritornerai, come disse il signor Broeck, degno della famiglia a cui appartieni e della stima del mio cuore, ritroverai qui al tuo arrivo una donna amorosa come un tempo.
E gli tese nobilmente una mano, su cui Cesare impresse un caldissimo bacio. Mai forse egli non aveva amato Fulvia, come in quell'istante.
...
Come si trov solo Cesare in paese straniero, lontano da ognuno che l'amasse! Quelle domestiche gioie, che, quando le possedeva, gli tornavano quasi indifferenti, poco meno di fastidiose, allora si presentavano care, soavi e preziosissime al suo pensiero, ed un impetuoso desiderio gli era nato in cuore per esse. Fulvia lontana le apparve qual era sublime nella sua virt e divina nell'amor suo. Quell'amore che egli corse rischio di perdere affatto, che ancora temeva di non riacquistar pi illimitato ed acceso come prima; quell'amore gli apparve la migliore delle felicit che gli fosse stata concessa. Il suo pensiero correva incessantemente, traverso lo spazio, in traccia della sua donna. Che far ella a quest'ora? Penser a me? Come volger la sua salute? E queste sue inquietudini, questo incessante martellar d'una idea si traducevano in lettere frequenti, nelle quali veniva via via manifestandosi ogni giorno pi quel potente sentimento sempre pi vivo di desiderio e d'amore.
S, di vero amore. La lontananza, l'esser privo di lei, il rimorso d'averle cagionato dolore, la malattia, potevano sull'animo vanarello ma non tristo di Cesare pi che non avesse fatto l'amoroso abbandonarsi di Fulvia. Allora che la temette perduta, allora che temette perderla, egli sent quella donna necessaria alla sua vita. Nella mesta solitudine, a cui era condannato in paese straniero, quest'affetto gli si radic pi profondo nell'animo.
E poi pensava anche al figlio che gli era nato da lei a suo figlio! Ed una nuova tenerezza congiunta ad un certo senso di nobile orgoglio tutto lo occupava. Sentiva il peso della responsabilit che contiene questa parola: padre. Pensava all'avvenire di quella creaturina, della quale a lui incombeva l'obbligo di assicurare l'esistenza, di procurare miglior possibile la sorte.
Oh! non avess'egli sciupata ogni sostanza famigliare! Avessele anzi accresciute con un fruttuoso suo lavoro!
Il lavoro! Tutte le parole di Broeck a questo proposito gli tornarono alla mente. Il lavoro cominci per apparirgli come riparazione e riabilitazione. Dapprima non aveva lavorato che con una svogliatezza indolorita, come chi ha l'animo altrove e sottost ad un grave incarico che gli si fa un penoso dovere. Di poi pose attenzione e quindi zelo a ci che gli toccava di fare, e sent che pi gradita gli tornava l'opera medesima. Super alcune difficolt di fastidii e di malavoglia che gli opponeva la sua mente usata oramai allo smarrirsi vagando; e di questa sua vittoria prov nuova contentezza e una certa soddisfazione d'amor proprio.
Fulvia intanto, nelle miti aure di Pisa, veniva migliorando assai della salute. Sulle sue guancie cominciavano gi ad adombrarsi i rosei colori d'una volta, e sulle labbra il dolcissimo sorriso. A questi buoni effetti giovavano di certo la temperie del clima, le cure del miglior medico della citt, ma pi che il resto, la gioia di vedere il suo bimbo venir su caro, e bellino, e fiorente quant'altri mai, e le lettere di Cesare, nelle quali il cuore di lei cominciava a sentire davvero il palpito del cuore di lui.
Per farla breve, l'inverno  passato; e la famiglia di Cesare prende le mosse per tornarsene all'antico villaggio, a riabitare l'antica fabbrica, dove pass la tranquilla infanzia di Luisa e di Fulvia, di Cesare e di Emanuele.
Vi lascio figurare la gioia di quest'ultimo nel rivedere i genitori e la cugina, cui viene ad accogliere sul passo della porta all'entrata della fabbrica ch'egli ha ravviata per bene e sull'ingresso della quale sta scritto a caratteri cubitali Broeck e Debaldi. Questa vista commuove il buon Carlo sino alle lagrime. Luisa  l ancor essa col suo sposo, e l'espressione del suo volto  tale che non occorre interrogarla quanta sia la sua felicit. Essa e Fulvia si prendono a braccio e corrono nel giardino. Quante dolci confidenze! Un leggiero sospiro esce dalle labbra di Fulvia: la quale poi, da sola, corse al fondo del giardino, e col si arrest, premendosi colla mano il cuore in sussulto. Il rigagnolo era l al medesimo posto che mandava il medesimo sussurro; il medesimo albero ombreggiava il medesimo banco, su cui quella sera... e nel boschetto vicino un usignuolo, forse il medesimo, faceva udire il medesimo canto.
Fulvia aveva il petto pieno di sospiri e gli occhi pieni di lagrime. Si lasci cader seduta su quel memore banco e guard fiso innanzi a s nell'onda scorrente, e tese avido l'orecchio a udirne il mormorio. Le pareva che quelle onde le riconducessero una ad una le memorie de' bei giorni passati, che quel chiacchero delle acque sui sassolini le contasse le gioie d'un tempo, promettendogliene altre per l'avvenire.
Ma Broeck aveva preparata una gran sorpresa a tutta la famiglia; ed era l'arrivo di Cesare, al quale aveva scritto, senza dir nulla, venisse a passare un mese co' suoi, come riposo, ed eziandio come compenso del suo nuovo diportarsi, del quale, per relazioni avute, il buon Broeck era contentissimo.
Cesare e Fulvia nel rivedersi si strinsero le mani, e si tennero per esse, guardandosi fiso con iscrutatrice attenzione. Coi loro sguardi erano i loro cuori che si cercavano. Egli la trov abbellita ancora pi; essa lo vide pi maschio nell'aspetto: il bellimbusto aveva fatto luogo all'uomo. Dopo un poco di questo reciproco osservarsi, un certo impaccio che non era tuttavia penoso nacque tra di essi. Fulvia arross, volt in l il capo, e, per diversione prese il bambino e lo pose fra le braccia del padre.
Il mese pass rapidissimo. Fulvia, tuttoch affettuosa per suo marito, si manteneva in un certo riserbo che imponeva a Cesare una peritanza ed una timidit cui non aveva provato mai.
Giunse l'epoca di separarsi di nuovo, e un profondo dolore era impresso nel volto di Cesare.
Fulvia, diss'egli finalmente a sua moglie in uno degli ultimi giorni che doveva ancora rimanere con lei, Fulvia, non iscorgi tu nulla, non vuoi tu scorger nulla di quanto avviene entro il mio cuore? O vuoi tu essere senza piet veruna di me? Io ti ho fatto soffrir molto... oh s!... Ma ho sofferto oramai tanto ancor io, e soffro!... Il mio dolore non ha tuttavia ricomprata agli occhi tuoi la mia colpa?
La donna lo guard come da lungo tempo non lo aveva guardato pi. Lo guard e gli tese la mano, Cesare mand un grido di gioia, afferr quella destra e la copr di baci; poi trasse dolcemente a s la giovane moglie, supplicando collo sguardo acceso di passione, e Fulvia cadde con un profondo sospiro, palpitante sul petto di lui.
Quando egli part, Fulvia gli sussurr dolcemente all'orecchio col pudore d'una vergine:
A rivederci... presto!... e per sempre!
In questo momento, che voi, lettori, finite di leggere questa semplice ma veritiera storia, Cesare  tuttavia in Germania, assopendo la pena della lontananza con una febbrile attivit di lavoro; Fulvia preparasi a ripartire per Pisa a passarvi di nuovo il venturo inverno, dove i medici affermano che sar affatto rinfrancata la restituitale salute. Quando venga la primavera marito e moglie si ricongiungeranno al villaggio per non dividersi pi. Emanuele verr a Torino a capo del negozio; Cesare ed il padre dirigeranno la fabbrica. Tutto fa presumere che lieti giorni aspettano nell'avvenire, a consolarla delle traversie passate, quella provata famiglia.
...
.
...
FINE.